La volatilità è un indicatore che misura l’ampiezza delle oscillazioni di prezzo di un asset in un determinato periodo. Si calcola come la distanza in percentuale dai valori medi e rappresenta un riferimento decisivo per le strategie d’investimento.
Volatilità alta e bassa: cosa significa?
Si parla di volatilità alta quando i prezzi dell’asset sono soggetti a variazioni ampie e frequenti. In questo caso, aumenta la rischiosità dell’investimento e, di conseguenza, la probabilità di accusare perdite o di ottenere guadagni significativi.
Quando invece la volatilità è bassa, i prezzi sono più stabili. Il rischio dell’investimento tende a ridursi, generando meno perdite ma anche meno guadagni potenziali.
La volatilità dell’asset (le azioni hanno tendenzialmente escursioni di prezzo maggiori rispetto alle obbligazioni), dipende dal quadro economico generale e dai settori di riferimento. La tecnologia, ad esempio, è soggetta a forte crescita e notevoli correzioni.
Dall’altra parte, settori difensivi come salute e i servizi di pubblica utilità tendono a essere più stabili ed evidenziano maggiore tenuta o crescita nelle fasi negative del ciclo economico.
Immaginiamo, ad esempio, di avere due azioni dello stesso valore: 100 euro. La prima è di una utility e appartiene quindi a un settore generalmente caratterizzato da bassa volatilità.
Se l’escursione di prezzo massima è compresa tra -5% e +5% l’anno, vuol dire che, tra 12 mesi, il prezzo potrebbe essere tra i 95 e i 105 euro. La seconda azione appartiene al settore tecnologico e, con una volatilità del 30%, si muove tra i 70 e i 130 euro. Offre quindi opportunità di maggior rendimento, ma anche probabilità di perdite più ampie. Lo stesso meccanismo vale, in modo più o meno netto, per gli altri asset.
Ad esempio, un’obbligazione a breve scadenza avrà variazioni, rischi di perdite e profitti più contenuti perché il rimborso è generalmente considerato più prevedibile; una a vent’anni, invece, ha davanti più tempo e incognite, sarà maggiormente esposta alle variazioni dei tassi e, di conseguenza, ci sono maggiori probabilità che il suo valore possa cambiare.
Neppure l’oro è immune dalla volatilità. Il suo essere bene rifugio non è dovuto tanto alla mancanza di oscillazioni (che, in realtà, sono tutt’altro che trascurabili) quanto alla sua capacità di conservare valore nel tempo.
Per altri strumenti, come fondi comuni ed ETF, è impossibile tracciare una regola: dipende dalle scelte, più o meno aggressive, dei gestori e dalla composizione dell’Exchange Traded Fund: un ETF che replica gli indici tecnologici o quelli Small Cap tenderà a essere più volatile di uno che replica indici più diversificati e maturi, per non parlare di quelli azionari che puntano dichiaratamente su una bassa volatilità (low volatility) o su quelli obbligazionari.
Volatilità e strategie d’investimento
Il principio secondo cui esiste un rapporto tra volatilità, rischio e rendimento potenziale ha un impatto non solo sul risultato finale di un investimento ma anche lungo il percorso. La volatilità non indica, infatti, solo le potenzialità del risultato definitivo ma anche quanto il valore dell’investimento possa oscillare prima di raggiungerlo.
Un investitore, quindi, deve fare una scelta non solo in base ai propri obiettivi e al proprio orizzonte temporale, ma anche della propria propensione al rischio e del proprio approccio emotivo. In pratica: conta anche la capacità di reggere oscillazioni di prezzo, e in alcuni periodi o per alcuni asset, perdite anche importanti.
Misurare la volatilità è quindi molto importante perché fornisce informazioni sullo scenario di mercato, aiuta a capire il livello di rischio associato a un asset, come le fluttuazioni dei prezzi possano influenzare i rendimenti o le perdite e se l’investimento è coerente con le proprie propensioni, i propri obiettivi e l’orizzonte temporale scelto.
Cosa influenza la volatilità?
La volatilità è influenzata da diversi fattori. Alcuni, come visto in precedenza, sono strutturali: ci sono asset e settori che tendono a essere più volatili di altri. Ma spesso entrano in giocoaltre variabili.
C’è, innanzitutto, il sentiment, ovvero l’umore degli investitori. È una variabile che deriva più dall’emotività che dai fondamenti economici legati a un certo asset. E proprio per questo si tratta della variabile più imprevedibile, che può generare picchi e cadute repentini.
C’è poi l’equilibrio tra domanda e offerta. Se l’offerta aumenta e la domanda resta invariata o si riduce, di solito i prezzi calano. Se invece la domanda supera l’offerta, i prezzi aumentano. In alcuni casi, quando ad esempio un asset diventa scarso (basti pensare alla produzione di greggio), la volatilità può accentuarsi.
A metà strada tra fondamentali ed emotività, c’è un altro fattore. Il prezzo può fluttuare a causa delle informazioni che le società pubblicano, dai comunicati stampa ai dati economici. Reazioni particolarmente volatili possono verificarsi quando le nuove informazioni si discostano dalle aspettative degli investitori.
Contano anche le decisioni delle banche centrali. Un rialzo dei tassi, infatti, rende il credito più costoso, riduce il valore delle obbligazioni a tasso fisso già emesse, potrebbe rallentare l’economia, raffreddare l’inflazione e spostare i capitali dal mercato azionario a quello obbligazionario, diventato più appetibile. Basta questo semplice elenco per capire la portata delle decisioni di politica monetaria. Ecco perché le banche centrali, per limitare la volatilità, devono comunicare in modo il più possibile chiaro, anche nelle fasi di stasi: non conta solo la decisione di aumentare o abbassare i tassi, ma anche il rapporto tra azione e aspettative dei mercati.
Il quadro, già complesso osservando i fattori appena citati, è poi influenzato da variabili esterne: elezioni, nuove norme di settore, equilibri geopolitici, conflitti, pandemie, eventi naturali estremi possono innescare fiammate di volatilità.
Cos’è l’indice di volatilità e come si calcola
Come sempre, nel mondo degli investimenti i dati passati non sono garanzia di quello che succerà in futuro. È una regola che vale anche per la volatilità. Ce n’è infatti una storica, ossia osservata in passato, e una attesa, che riflette le aspettative future. Calcolare la prima è più semplice: si determina, attraverso dati obiettivi, quanto il valore di un asset si è discostato da un prezzo medio in un dato periodo.
La volatilità attesa, invece, è più sfuggente, incerta per definizione. Ci sono però “segnali” che possono aiutare a quantificarla.
Informazioni preziose arrivano dal VIX, Volatility Index: è un indice di volatilità in tempo reale creato dal Chicago Board Options Exchange.
Attraverso l’analisi di opzioni di prossima scadenza sui titoli dello S&P 500, determina la volatilità attesa nei trenta giorni successivi. Misura quindi l’ampiezza delle oscillazioni di prezzo, ma è diventato, in sostanza, un termometro delle tensioni di mercato, tanto da essere stato ribattezzato “l’indice della paura”. Orientativamente, se è sotto i venti punti lascia prevedere un quadro stabile; oltre i trenta, invece, indica nervosismo e incertezza.
Altri indizi si possono ottenere grazie all’Average True Range, ATR. Il suo nome spiega anche il suo funzionamento: è un indicatore tecnico che risulta dal calcolo della media mobile del “true range”, ossia dei movimenti di prezzo massimi e minimi di un asset in un dato periodo di tempo.