L’aggressione militare russa in Ucraina, la chiusura dello stretto di Hormuz, l’avvento dei data center e dell’AI, le continue tensioni internazionali, la necessità di elettrificare i consumi e le estati sempre più torride hanno riacceso il dibattito sull’energia nucleare, soprattutto in Europa.
Sono passati quasi 40 anni dalla rinuncia italiana all’atomo, ma la questione energetica è tornata al centro della scena. Non si tratta più soltanto di una discussione etica o ecologica, ma di un tema strategico legato all'indipendenza economica, alla sicurezza degli approvvigionamenti e al raggiungimento degli obiettivi climatici al 2050.
A livello teorico e normativo, il Vecchio Continente si è già schierato con l’inserimento dell’atomo nella Tassonomia Green tra le fonti utili alla transizione. Ciò significa che i progetti legati all’energia nucleare a supporto della transizione ecologica possono accedere a finanziamenti pubblici o privati in modo più facile. In particolare, devono riguardare la realizzazione di nuovi impianti per testare modelli innovativi di reattori, la costruzione di nuovi impianti con le BAT (Best Available Technologies), oppure l’estensione degli impianti già funzionanti. Ma ora il vero dibattito si è spostato sulla pratica.
Lo scenario attuale
A livello globale troviamo oltre 420 reattori operativi in più di 30 Paesi e circa 60 sono attualmente in costruzione. Gli Stati Uniti guidano la classifica per numero di impianti, seguiti da Francia, Cina e Russia, con Pechino che rappresenta la nazione più dinamica nella costruzione di nuovi reattori insieme a Russia e India.
La visione europea, su un tema così complesso, si può suddividere in due fazioni contrapposte: da un lato l’Alleanza Nucleare UE, guidata dalla Francia con Belgio, Bulgaria, Croazia, Repubblica Ceca, Finlandia, Ungheria, Paesi Bassi, Polonia, Romania, Slovacchia, Slovenia e Svezia, considera l’atomo una risorsa indispensabile per la sovranità energetica e la decarbonizzazione. L’Italia si è unita come membro effettivo nel giugno del 2025. Dall’altra parte c’è il blocco degli scettici, capitanato dalla Germania che ha da poco chiuso le ultime centrali nucleari e composto da Paesi come Spagna e Austria, che preferiscono puntare sulle rinnovabili.
Che cosa sostiene chi è a favore del nucleare
Il dibattito sul nucleare si è profondamente evoluto nel tempo. Oggi il confronto non si limita alla percezione del rischio, ma riguarda la stabilità della rete elettrica e la sostenibilità economica complessiva del sistema.
Chi ne esalta i vantaggi parte innanzitutto dall’impatto climatico ridotto. Durante il normale funzionamento, una centrale nucleare non emette anidride carbonica né inquinanti atmosferici come ossidi di azoto o particolato. Se guardiamo all’intero ciclo di vita dell’impianto, dall’estrazione dell’uranio alla chiusura delle operazioni a fine vita, le emissioni sono di circa 10-12 grammi di CO₂ per chilowattora: una cifra simile all’eolico e inferiore a quella del fotovoltaico su larga scala.
A questo bassissimo impatto ambientale va aggiunta la continuità della produzione. A differenza di solare ed eolico, caratterizzati da un’intermittenza legata alle condizioni meteo, il nucleare garantisce una produzione di base costante e programmabile. È quella che in gergo tecnico viene definita baseload, indispensabile per dare stabilità alla rete elettrica e ridurre la dipendenza dal gas o da costosi sistemi di accumulo. Inoltre, va considerata l’efficienza energetica: con pochissimo combustibile e un’occupazione di suolo di gran lunga inferiore rispetto ai grandi parchi rinnovabili, si ottengono enormi quantitativi di elettricità.
Quali sono gli aspetti critici del nucleare
La prima freccia nell’arco di chi si oppone a questa tecnologia è la gestione delle scorie radioattive ad alta attività. Anche se i volumi complessivi sono contenuti rispetto ad altre industrie, questi materiali hanno necessità di essere stoccati in totale sicurezza per decine di migliaia di anni e sono pochi i Paesi che hanno messo a punto infrastrutture definitive, come la Finlandia con il deposito geologico di Onkalo. In quasi tutti gli altri Paesi, la localizzazione di siti adatti è un cruccio politico e sociale ancora lontano dall’essere risolto.
Il secondo grande dubbio è economico e temporale. Progettare e costruire una centrale di grandi dimensionirichiede investimenti iniziali enormi, che possono arrivare fino a 12 miliardi di euro per singolo reattore, e cantieri che spesso devono lavorare per 8-10 anni prima di dare vita all’impianto. Ci sono poi i vincoli legati alla sicurezza geopolitica, vista l’alta concentrazione delle filiere dell’uranio e dei processi di lavorazione in mano a pochi attori internazionali.
Qual è la posizione dell’Italia nei confronti del nucleare?
Non è semplice riassumere come il nostro Paese si pone di fronte alla sfida del nucleare. Da un lato, il referendum del 1987 ha sancito l’abbandono dell’atomo, sulla scia del disastro di Chernobyl del 1986, ma dall’altro è attivo nel campo della ricerca scientifica che ha l’obiettivo di supportare i progetti internazionali sulla fissione di nuova generazione e sulla fusione nucleare.
Inoltre, è in corso di valutazione l’utilizzo degli Small Modular Reactors, i piccoli reattori ora in fase di test che hanno attirato l’attenzione da tutto il mondo, all’interno del mix energetico del futuro, così da affiancare le fonti rinnovabili.