Il cambiamento climatico è una realtà con ripercussioni ed effetti collaterali multipli. Impatta sulla salute e sulla vita delle persone, ma anche sull’economia e sul comparto assicurativo, chiamato ad affrontare sfide decisive, in cerca di equilibrio tra equità e tenuta finanziaria.
L’impatto degli eventi estremi
Secondo l’ultimo report di Swiss Re Institute sulle catastrofi naturali, relativo al 2025, il protection gap (cioè il divario tra rischio climatico e tutele assicurative) sta continuando ad ampliarsi.
Lo scorso anno ha toccato i 424 miliardi di dollari. La copertura media globale (che il report quantifica nel suo Natural Catastrophe Insurance Resilience Index) è del 27%, appena il 2% in più rispetto a quanto registrato nel 2015. Poco, soprattutto se si considera che (ribaltando il dato) tre quarti del pianeta sono del tutto privi di coperture. Ci sono però ampie differenze geografiche. In media, nei mercati più maturi (come Nord America e UE), “l’indice di resilienza” sfiora il 40%; in quelli emergenti (come parte dell’Asia e America Latina) si ferma al 6,3%.
Il “divario di protezione” aumenta nonostante le assicurazioni contro i rischi climatici siano sempre più diffuse. Questo si deve alla combinazione di due fattori, legati tra loro: da una parte, gli eventi naturali avversi sono più frequenti ed estesi; dall’altra, sempre più attività e persone si concentrano in aree a rischio.
Premi assicurativi e sostenibilità economica: il grande dilemma
Oltre al divario di protezione, c’è anche il tema dei risarcimenti, che per le compagnie rischiano di diventare un peso insostenibile. Sempre secondo Swiss Re Institute, se l’aumento annuo medio dovesse confermarsi ai livelli attuali (attorno al 5-7%), le perdite assicurative toccherebbero i 186 miliardi di dollari entro il 2030, il 74% in più rispetto ai 107 miliardi di dollari del 2024. L’aumento dei risarcimenti, legato sia alla maggiore frequenza dei fenomeni catastrofali sia alla maggiore diffusione di polizze specifiche, potrebbe quindi erodere i margini.
Per mettersi, almeno in parte, al riparo da eventuali perdite, le compagnie possono reagire aumentando i premi o addirittura ritirando la disponibilità ad assicurare determinate aree (come quelle costiere, oppure quelle esposte a incendi o inondazioni). Così facendo, però, creano una netta disparità di accesso, che finisce con l’aggravare ulteriormente la situazione di chi è già “naturalmente esposto” al rischio.
Come cambia il pricing assicurativo con il rischio climatico
Trovare alternative non è semplice. Gli eventi naturali avversi, infatti, mettono in discussione i modelli classici, che fanno leva sullo storico dell’assicurato per stimare il rischio futuro. Il cambiamento climatico impone quindi un cambiamento profondo nei modelli di pricing.
Le compagnie assicurative stanno investendo massicciamente in tecnologie avanzate, come l'Intelligenza Artificiale e i modelli climatici predittivi, per simulare scenari futuri e quantificare con maggiore precisione l'esposizione al rischio.
La maggiore predittività, però, risolve solo una parte del problema. Una valutazione del rischio più precisa è senza dubbio un elemento positivo per le imprese, ma potrebbe avere un impatto sociale notevole: potrebbe infatti penalizzare ulteriormente chi vive nelle aree più vulnerabili, che sarebbe “non assicurabile” oppure costretto a pagare premi esorbitanti. La sfida è quindi trovare un equilibrio tra la sostenibilità economica delle assicurazioni e la conferma della loro funzione protettiva.
Rischio climatico, mercati finanziari e stabilità sistemica
Le compagnie assicurative sono grandi investitori istituzionali. L’eventuale riduzione dei loro attivi, in risposta a una contrazione dei margini o perdite, non si ferma quindi al perimetro del bilancio ma potrebbe avere ripercussioni sistemiche sui mercati finanziari globali.
Non è un caso, quindi, che dall’Europa sia arrivata, nel dicembre 2024, una proposta congiunta di un ente assicurativo (l’EIOPA, Autorità europea delle assicurazioni e delle pensioni aziendali e professionali) e di uno finanziario (la Banca Centrale Europea). Nel report “Towards a European system for natural catastrophe risk management”, prevedono che “in futuro le assicurazioni contro le catastrofi naturali diventeranno sempre meno sostenibili” e propongono un intervento che possa “mitigare i rischi d’instabilità finanziaria”. L’intervento si fonda su due pilastri: un fondo pubblico europeo dedicato e uno schema di riassicurazione pubblico-privato.
Riassicurazioni, nuovi strumenti, prevenzione
Il settore della riassicurazione diventa, infatti, decisivo. La gestione finanziaria del rischio da parte di operatori specializzati permette infatti alle compagnie di mettersi, almeno in parte, al riparo da forti perdite legate ai danni catastrofali.
Secondo uno studio di Global Market Insight pubblicato lo scorso dicembre, il mercato globale delle riassicurazioni valeva 472,3 miliardi di dollari nel 2025 e ne varrà mille nel 2035. Una crescita impetuosa, che con tutta probabilità comporterà anche un aumento delle tariffe dei riassicuratori, scaricando di fatto una parte dei costi sulle compagnie assicurative.
Si stanno quindi affermando alcune alternative, come ad esempio i Catastrophe Bond (Cat Bond): si tratta di strumenti finanziari che trasferiscono a investitori istituzionali il rischio specifico di un evento probabile (un uragano o un incendio in una determinata area, ad esempio) in cambio di un tasso d’interesse elevato. Se l’evento non si verifica, l’investitore ottiene rendimenti sostanziosi. Se invece si verifica, perde, in parte o del tutto, il proprio capitale, che andrà a coprire, in parte o tutte, le perdite assicurative.
È quindi evidente che il tema vada ben oltre i confini di un solo settore. Diventano centrali norme, strumenti d’intervento sistemici (anche) pubblici e prevenzione, che chiaramente non può essere tutta in capo alle compagnie.
Il rapporto di Swiss Re Institute ricorda, come diceva un vecchio spot, che prevenire è meglio che curare. Per ogni dollaro investito in prevenzione (dalle infrastrutture all’edilizia con parametri più solidi) si produce un beneficio pari a 1,86 dollari. Un ritorno quasi doppio.