L’ultimo colpo di scena è arrivato da Abu Dhabi pochi giorni fa: gli Emirati Arabi Uniti hanno lasciato l’OPEC (l’Organizzazione dei Paesi Esportatori di Petrolio) dopo quasi 60 anni di collaborazione.
Una mossa che fa capire quanto sia complesso il rapporto tra le grandi potenze del petrolio, ma che ci consente anche di fare un passo indietro per capire come hanno fatto gli Stati Uniti a mettere il dollaro davanti a tutte le altre valute.
Forse non tutti sanno che se oggi il biglietto verde continua a dominare i mercati globali, non è solo per la forza del PIL a stelle e strisce. Gli americani devono ringraziare l’architettura finanziaria nata negli Anni ’70 che ha trasformato il petrolio nel carburante (è proprio il caso di dirlo) della loro valuta.
L’accordo originario del 1974: sicurezza per egemonia
Il 1973 segnò uno spartiacque: lo shock petrolifero quadruplicò i prezzi del barile, portandoli da 3 a 12 dollari in pochi mesi. Fu una mossa geopolitica dell’OPEC, che utilizzò l'arma della produzione e l’embargo contro gli USA per il loro sostegno a Israele nella guerra dello Yom Kippur.
Paradossalmente, proprio questa crisi, nata per colpire Washington e compensare la svalutazione del biglietto verde, si trasformò in una miniera d'oro per i produttori: la sola Arabia Saudita vide le proprie entrate schizzare dagli 8,5 miliardi di dollari del 1973 ai 35 miliardi del 1974, ponendo le basi per il massiccio surplus di capitali da reinvestire.
Nel 1974 gli USA però ribaltarono la situazione e, attraverso il lavoro di Henry Kissinger, strinsero un patto storico con l’Arabia Saudita. L’America avrebbe garantito protezione militare e forniture belliche a Riad, che in cambio avrebbe prezzato il suo petrolio esclusivamente in dollari.
Questo accordo ha creato una domanda artificiale e perenne di valuta americana, perché ogni nazione al mondo che necessita di oro nero è costretta ad accumulare riserve in dollari per acquistarlo.
Il risultato è un circolo virtuoso per Washington: da un lato le banche centrali estere acquistano dollari per le transazioni energetiche e dall’altro l’OPEC, trovandosi con eccedenze massicce di dollari, li reinveste in Titoli di Stato americani (Treasury), finanziando così il debito pubblico degli Stati Uniti a tassi agevolati. Un win-win unico nella storia.
L’ascesa dello yuan e la frammentazione del mercato
Nonostante i venti di cambiamento, i dati del 2025 confermano che il dollaro è ancora il re indiscusso. Circa l'80% delle transazioni petrolifere mondiali avviene tuttora in biglietti verdi, ma il legame storico tra i due alleati sta mostrando le prime crepe.
Il debito pubblico americano ha raggiunto la cifra record di 39 mila miliardi di dollari all’inizio del 2026, e la capacità di Washington di finanziarlo dipende ancora in larga misura dall'appetito estero per i suoi Treasury.
Ma nel 2025, per la prima volta, si è osservato un fenomeno nuovo: l’Arabia Saudita, storicamente il principale acquirente dei titoli di stato americani, ha iniziato a registrare deficit di bilancio a causa degli investimenti nel piano “Vision 2030”, riducendo la sua capacità di riciclare (in senso positivo) dollari nel debito USA.
Ma il vero fronte aperto per Washington ora è a Pechino. Nel 2025, l’integrazione finanziaria tra i paesi BRICS ha subìto un’accelerazione senza precedenti e oggi il più grande importatore di petrolio al mondo è la Cina.
Forte di questo potere di spesa, il dragone sta spingendo con forza per realizzare il Petroyuan, ovvero il regolamento dei contratti energetici nella propria valuta. Un’altra carta importante che Xi Jinping può giocare è l’asse con Mosca: a seguito delle sanzioni occidentali per l’aggressione all’Ucraina, la Russia ha quasi completato la sua de-dollarizzazione.
Nel 2025, oltre il 99% degli scambi tra Russia e Cina avviene in rubli e yuan e Putin ha addirittura iniziato a emettere titoli di debito sovrano denominati in yuan per gestire i proventi delle sue esportazioni energetiche.
Cosa succederà nei prossimi anni?
Il petrodollaro è stato per 50 anni il pilastro invisibile che ha permesso agli USA di agire come il banchiere del mondo. Oggi, con l’emergere di alternative tecnologiche (quali le valute digitali delle banche centrali) e geopolitiche (come lo spostamento del baricentro energetico verso l’Asia) quel pilastro non è più così intoccabile. Ciò non significa che il dollaro collasserà, ma che siamo di fronte a una transizione fondamentale che modellerà il futuro e gli equilibri del mercato energetico.
Il 2025 è stato l’anno che ha dato il là a una frammentazione del sistema monetario globale e lo scenario più probabile, al momento, è la nascita di un sistema multipolare entro il 2030.
Da un lato il blocco del dollaro continuerà a guidare il commercio transatlantico e la maggior parte del mercato globale, ma dall’altra il blocco dei BRICS trainato dallo yuan costituirà lo standard per le transazioni energetiche eurasiatiche e un’alternativa ai Paesi che vogliono distaccarsi da Washington. Ora le previsioni vanno in questa direzione, ma non sono escluse sorprese.