Fiver, 5 fatti economici di aprile 2026

Mondo Pictet 4 minuti di lettura
FED e BCE ancora ferme, petrolio in subbuglio tra Hormuz e OPEC, deficit italiano oltre il 3% del PIL. Cosa è successo nel mondo ad aprile.

La crisi di Hormuz continua. Ad aprile la sua onda lunga ha avuto ripercussioni ovunque: sui prezzi dell’energia, sulla politica monetaria delle banche centrali e sugli equilibri internazionali, con la storica uscita degli Emirati Arabi Uniti dall’OPEC.

FED lascia i tassi invariati: cosa cambia dopo Powell

La Federal Reserve ha lasciato i tassi invariati, tra il 3,50% e il 3,75%, per la terza seduta consecutiva. La banca centrale statunitense ha quindi deciso di mantenere la strada della cautela, nell’incertezza di un’inflazione ancora elevata e che potrebbe risentire di ulteriori spinte dalla crisi in Medio Oriente.

La stasi, però, è anche un messaggio politico. Nella sua ultima seduta da presidente, Jerome Powell ha ribadito l’indipendenza della FED dalla Casa Bianca, che spinge da tempo per un ulteriore taglio dei tassi.

Sarà compito del prossimo presidente, Kevin Warsh, confermare la stessa linea o virare verso un atteggiamento più accomodante nei confronti del presidente Trump.

BCE, tassi fermi e cautela

La Banca Centrale Europea ha scelto la via della cautela, mantenendo i tassi d’interesse al 2% per la terza riunione di fila. La crescita al rallentatore inviterebbe a un allentamento, ma l’inflazione aumenta.

E, chiaramente, anche sull’Europa incombono i dubbi legati alle tensioni geopolitiche: “La guerra in Medio Oriente ha provocato un forte aumento dei prezzi dell’energia, spingendo al rialzo l’inflazione e pesando sulla fiducia economica”, si legge nel comunicato di Francoforte. E l’andamento discontinuo e imprevedibile della crisi aumenta ulteriormente la difficoltà delle scelte di politica monetaria.

Gli Emirati fuori dall’OPEC

Dopo quasi sessant’anni, gli Emirati Arabi Uniti sono usciti dall'OPEC, l'Organizzazione dei Paesi Esportatori del Petrolio.

Di fatto, il cartello degli Stati che regolano il prezzo del greggio perde un pezzo importante, che vale circa il 12% della propria produzione. Sullo sfondo c’è un tema politico che si è acuito nelle ultime settimane. Gli Emirati, che ospitano anche una base statunitense, sono stati più volte attaccati dall’Iran. Avrebbero gradito una presa di posizione più chiara e unitaria dagli altri membri dell’organizzazione. Il motivo principale, però, è economico.

L’obiettivo è chiaro: avere una maggiore autonomia produttiva. Ma perché uscire da un’organizzazione che aiuta a sostenere i prezzi? Gli Emirati Arabi Uniti hanno un’economia più diversificata. Possono quindi permettersi di dare priorità ai volumi piuttosto che ai prezzi, che invece sono la principale preoccupazione di altri Paesi, tra i quali il principale contributore OPEC, l’Arabia Saudita.

Stretto di Hormuz bloccato: effetti su petrolio, inflazione e mercati globali

Dai tassi d’interesse all’OPEC, dai voli aerei all’inflazione: molte dinamiche economico-finanziarie di aprile passano da un piccolo lembo di mare: lo Stretto di Hormuz, dal quale transita circa il 20% del greggio mondiale.

Dopo l’attacco degli Stati Uniti, l’Iran lo ha posto sotto il proprio controllo, consentendo il passaggio solo a navi “gradite”, richiedendo un pedaggio o negando il transito alle altre e disseminando il tratto di mare di mine.

La reazione statunitense si è concretizzata nell’impegno a sminare lo Stretto e nell’applicazione di un blocco rigido, con l’obiettivo di strozzare una fonte vitale per l’economia iraniana, anche a costo di avere ripercussioni globali.

Hormuz continua a essere bloccato nonostante il momentaneo cessate il fuoco. E il muro contro muro non sembra di facile risoluzione.

Italia, il costo del deficit eccessivo

Secondo le stime di Eurostat, nel 2025 il rapporto deficit-PIL dell’Italia si attesterà al 3,1%. Un valore che supera la soglia del 3% prevista dalle regole europee e che potrebbe ostacolare l’uscita del Paese dalla procedura per disavanzo eccessivo, in discussione a giugno.

Lo sforamento equivale a circa 600 milioni di euro, una cifra contenuta se confrontata con le possibili sanzioni. Qualora infatti il dato fosse interpretato come il risultato di una “mancata azione efficace”, il regolamento europeo prevede una multa pari allo 0,05% del PIL ogni sei mesi, cumulabile fino allo 0,5%.

Secondo le stime del Sole 24 Ore, si tratterebbe di circa 1,1 miliardi di euro ogni semestre, per un esborso complessivo potenziale fino a 11,3 miliardi.