Negli ultimi anni, la BCE e molte delle sue omologhe hanno ampliato le proprie riserve auree. Ecco con quali obiettivi e con quali effetti sul mercato
Può sembrare paradossale, ma in un mondo dominato dal digitale, in cui si muovono masse enormi di denaro senza toccare moneta, c’è ancora un bene fisico che ha un grande peso. Sono passati decenni dall’epoca del gold standard, ma l’oro continua ad avere un ruolo cruciale.
Cosa acquistano le banche centrali?
Negli ultimi anni, molte banche centrali stanno ampliando le proprie riserve auree a un ritmo che non si vedeva da tempo. In sostanza, stanno acquistando oro e lo stanno tenendo fisicamente al proprio interno.
Sembra una descrizione semplicistica, ma lo è fino a un certo punto. È vero che quando si parla di oro il riferimento è anche a titoli di credito e opzioni, ma una larga parte del metallo è ancora fisico, assemblato in lingotti.
La Banca Centrale Europea detiene direttamente una quota modesta delle riserve in oro dell’Area euro. A custodirle sono soprattutto le banche centrali nazionali, come la Bundesbank tedesca, la Banca d'Italia e le loro omologhe, che contribuiscono al cosiddetto Eurosistema.
A livello aggregato, il bilancio consolidato dell'Eurosistema ha una voce, Gold and gold receivables, che include le riserve in oro fisico e in crediti in oro. A fine 2023 era di 649,1 miliardi di euro. A fine 2024 era diventata di 872,2 miliardi e al termine del 2025 sfiorava i 1.275 miliardi. L’incremento è dovuto non solo a un aumento delle riserve ma anche del prezzo dell’oro e, di conseguenza, del valore di quello che l’Eurosistema ha in pancia. Ma, in ogni caso, i dati suggeriscono quanto il peso del metallo prezioso sia cresciuto negli ultimi anni.
La tendenza va ben oltre la BCE, con la Banca Centrale polacca e quella cinese che spiccano tra i principali acquirenti. A livello globale, secondo i dati del World Gold Council, nel 2022 gli acquisti netti di oro da parte delle banche centrali hanno raggiunto il record di 1.082 tonnellate, rimanendo oltre quota mille anche nel 2023 e nel 2024.
Nel 2025 c’è stata invece una flessione, con acquisti netti di 863 tonnellate: un dato, sottolinea il World Gold Council, al di sotto dei picchi (anche a causa delle valutazioni alte) ma ancora “su livelli storicamente elevati”.
A cosa servono le riserve auree?
L’oro rappresenta una delle risposte più immediate e affidabili contro l’incertezza. In pratica, anche le banche centrali hanno fatto ricorso al bene rifugio per eccellenza in un panorama economico, finanziario e geopolitico molto mobile.
Se però in un portafoglio d’investimento l’oro ha il compito di ammortizzare le fasi più complesse, nel caso delle riserve delle banche centrali i lingotti hanno un impatto più ampio.
In generale, le riserve rappresentano il patrimonio utilizzato per garantire la stabilità finanziaria, sostenere la credibilità della valuta e far fronte a eventuali shock economici.
Da questo punto di vista, l’oro ha alcune peculiarità che lo distinguono dagli altri asset che compongono le riserve: a differenza di un titolo obbligazionario, non prevede il default dell’emittente; a differenza di una valuta, il suo valore non è legato alla solidità o alla reputazione di un singolo Stato; non dipende né da un governo né da un’azienda né da un mercato né da una singola area geografica. Si tratta di caratteristiche che implicano sempre la capacità di portare equilibrio, ma che diventano ancor più importanti in caso di instabilità e incertezza.
Oro, diversificazione e inflazione
Sotto il grande ombrello della solidità, ci sono i tanti fattori che l’oro contribuisce a rafforzare o ammortizzare. Uno dei più importanti è la diversificazione. Le riserve sono composte anche da alcune grandi valute internazionali, esposte alle oscillazioni di cambio. Ma oltre al rischio legato alle fluttuazioni, ce n’è uno legato all’eccesso di concentrazione.
Succede, ad esempio, quando le riserve sono in una sola o in poche valute (come il dollaro, che resta la principale divisa globale). L’oro, quindi, è un elemento di diversificazione non tanto perché garantisca meno oscillazioni quanto perché i suoi movimenti di prezzo sono guidati da dinamiche differenti rispetto a quelle delle singole valute.
L’oro è poi in grado di bilanciare l’inflazione. Torna, ancora una volta, l’idea del bene rifugio: pur essendo soggetto a volatilità nel breve periodo, il metallo ha storicamente mostrato la capacità di mantenere valore nel tempo, soprattutto in fasi di elevata inflazione.
Non è quindi un caso che l’aumento delle riserve auree sia avvenuto in anni di forte rialzo dei prezzi.
Quale è l’impatto dell’oro sui mercati
Quando si muovono le banche centrali, si muove il mercato. Guardiamo ad esempio all’anno record: il 2022. Sempre secondo il World Gold Council, la domanda di oro fisico ha raggiunto le 4.741 tonnellate. Come visto in precedenza, 1.082 sono state acquistate dalle banche centrali. Ossia quasi un quarto del totale.
Va da sé che le banche centrali hanno un peso sufficiente per alimentare la domanda e quindi il valore di un bene finito, la cui quantità dipende da ritmi estrattivi moderati. Si genera quindi un circolo che si auto-alimenta: le banche centrali cercano solidità, acquistano l’oro per ottenerla, contribuiscono attraverso la domanda a sostenere il suo valore e, di conseguenza, quello dei propri attivi patrimoniali.