La “via della Seta” cinese continua a espandersi in Africa. Secondo il Green Finance & Development Center di Shanghai e dalla University of Queensland in Australia, nella prima metà del 2026 gli investimenti di Pechino nel continente africano hanno raggiunto i 33,5 miliardi di dollari, con un aumento di oltre il 250% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.
Un’espansione che si affianca anche alla crescita dell’interscambio complessivo tra l’economia africana e quella cinese, che ha toccato i 348 miliardi di dollari nel 2025. E la cifra è destinata a crescere dopo che la Cina, nel mezzo dell’impennata della guerra commerciale con gli Stati Uniti, nel maggio 2026 ha eliminato tutti i dazi su 53 delle 55 economie dell’Unione africana.
La presenza cinese in Africa non è un fenomeno recente. Negli ultimi vent’anni l’Africa è diventata uno dei principali terreni di confronto della competizione geopolitica globale. E Pechino ha progressivamente ampliato la propria presenza economica, commerciale e diplomatica nel continente attraverso investimenti in infrastrutture, energia, telecomunicazioni, trasporti e materie prime.
Il vertice 2024 del Forum sulla Cooperazione Cina-Africa ha segnato un cambio di passo, adottando il Beijing Action Plan 2025-2027, con 360 miliardi di yuan di sostegno finanziario all’Africa nei tre anni successivi. Ma non si tratta solo di aiuti: la gran parte di questi fondi è costituita da linee di credito (210 miliardi) e investimenti da parte di imprese cinesi (70 miliardi).
Cina e Africa: relazioni strategiche tra economia e geopolitica
Con il vertice del 2024, le relazioni tra la Cina e tutti i Paesi africani sono state elevate al livello di “relazioni strategiche”. L’interscambio tra Pechino e i Paesi africani non è infatti più solo un interscambio commerciale, ma ha raggiunto anche un valore geopolitico. Ferrovie, porti, autostrade, centrali elettriche, miniere e reti digitali rappresentano sì strumenti di sviluppo economico, ma anche elementi di una più ampia strategia di proiezione internazionale di Pechino.
Il settore dei trasporti africano è uno degli ambiti nei quali la presenza cinese è più evidente. Le imprese cinesi hanno partecipato alla costruzione o al finanziamento di numerose ferrovie, strade, aeroporti e porti africani. Che hanno quindi una doppia valenza: geopolitica e strategica.
Uno degli esempi più significativi è l’attenzione cinese verso i porti africani. Un porto è infatti contemporaneamente un’infrastruttura commerciale e un possibile punto di accesso alle rotte marittime internazionali. Il controllo, la gestione o il finanziamento di infrastrutture portuali può offrire quindi vantaggi di lungo periodo in un continente attraversato da alcune delle principali rotte commerciali mondiali.
Il porto di Gibuti è uno degli esempi più importanti della presenza economica cinese nel Corno d’Africa. Il Paese africano occupa una posizione strategica all’ingresso del Mar Rosso e vicino allo stretto di Bab el-Mandeb, una delle principali vie di collegamento tra Oceano Indiano e Mediterraneo.
Pechino ha costruito la ferrovia Addis Abeba–Gibuti, fornendo uno sbocco sul mare per l’Etiopia. In più, nel 2017, proprio a Gibuti la Cina ha aperto la sua prima base militare all’estero. Un elemento che dimostra come la dimensione economica e quella strategico-militare possano convergere.
Gli asset strategici della Cina in Africa
Uno dei pilastri della presenza cinese in Africa è rappresentato dall’energia e dall’accesso alle materie prime. La Cina è diventata il principale centro manifatturiero globale e necessita di grandi quantità di petrolio, gas, rame, cobalto, ferro, litio e altri minerali, di cui l’Africa è ricca.
In questi anni, Pechino ha sviluppato una presenza importante nella filiera mineraria di molti Paesi africani, con forme diverse, dalle partecipazioni in società minerarie alle concessioni, dai finanziamenti alla costruzione di infrastrutture e accordi commerciali.
Si è venuto a creare così un sistema nel quale miniere, ferrovie, strade e porti possono essere integrati all’interno di una stessa catena economica. E il vantaggio è reciproco: per Pechino, questo significa aumentare la sicurezza degli approvvigionamenti; per i Paesi africani, può significare ottenere infrastrutture che altrimenti sarebbero difficili da finanziare.
Un terreno sempre più importante è anche quello digitale. Molte aziende tecnologiche cinesi hanno partecipato allo sviluppo di reti mobili, infrastrutture per Internet e sistemi di telecomunicazione in numerosi Paesi africani, aiutando a colmare il gigantesco divario digitale e fornendo infrastrutture affidabili a costi sostenibili.
Ovviamente, anche le telecomunicazioni rappresentano un’infrastruttura strategica. E la forte presenza cinese nel sistema digitale africano ha alimentato preoccupazioni sia negli Stati Uniti sia in Europa riguardo alla sicurezza informatica, alla protezione dei dati e alla possibilità che la dipendenza tecnologica si trasformi in uno strumento di influenza politica.
Debito africano e prestiti cinesi: rischi e nuove strategie
Uno degli aspetti più controversi della presenza cinese in Africa, però, riguarda il debito contratto da molti Paesi africani che hanno avuto accesso ai prestiti di Pechino.
I critici hanno parlato addirittura della “diplomazia della trappola del debito”, a indicare una strategia secondo cui la Cina concederebbe ingenti prestiti per la realizzazione di grandi infrastrutture, ben sapendo che quei Paesi non potranno ripagare quel debito, con l’obiettivo poi di acquisire il controllo di asset strategici.
Tuttavia, la realtà è ben più complessa. E soprattutto dopo la pandemia da Covid-19, la Cina ha ridotto i propri prestiti in Africa. Secondo il Boston University’s Global Development Policy Center, per il 2024 i crediti di Pechino alle economie africane sono stati solo 2,1 miliardi di dollari dai 30,4 miliardi del 2014.
Una progressiva riduzione dei prestiti dovuta a diversi motivi. In primis, le preoccupazioni cinesi per i “default” e i faticosi processi di ristrutturazione del debito avviati da Paesi come Zambia, Ghana, Etiopia, Ciad, che hanno provocato una serie di mancate riscossioni di interessi maturati e perdite economiche, facendo suonare l’allarme negli ambienti finanziari e governativi di Pechino. Ma anche in ragione degli shock economici mondiali degli ultimi anni, le priorità della Cina stanno passando dai prestiti miliardari a progetti di dimensioni più ridotte.
Eppure, questo cambio di atteggiamento non prelude affatto a un disimpegno. Secondo un rapporto pubblicato dalla Griffith University, l’attività globale legata alla via della Seta cinese ha raggiunto lo scorso anno livelli record, con 128,4 miliardi di dollari in contratti di costruzione. In questo quadro, l’Africa ha ricevuto la quota maggiore, pari a 61,2 miliardi di dollari. I Paesi con il maggior volume di attività nel settore delle costruzioni sono stati la Nigeria (24,6 miliardi di dollari) e la Repubblica del Congo (23,1 miliardi di dollari).
Infrastrutture e crescita: le opportunità per lo sviluppo africano
Molti Paesi africani soffrono di un enorme deficit infrastrutturale, per cui la stretta relazione con la Cina rappresenta anzitutto un’opportunità di sviluppo notevole. Strade, ferrovie, porti, reti elettriche e infrastrutture digitali sono fondamentali per aumentare la produttività e integrare i mercati nazionali e regionali.
In questo contesto, gli investimenti cinesi possono produrre effetti positivi significativi. La questione centrale è però la tipologia dello sviluppo prodotto dagli investimenti. Se un progetto permette a un Paese africano di aumentare la propria capacità produttiva e sviluppare competenze locali, l’investimento può diventare un motore di crescita.
Se invece l’opera serve principalmente ad arricchire le imprese cinesi senza impiegare manodopera locale, oppure a estrarre materie prime senza generare valore aggiunto locale, il rischio è quello di riprodurre una relazione economica asimmetrica.
La risposta di Stati Uniti ed Europa
In questo contesto, la crescente influenza cinese ha spinto anche Stati Uniti ed Europa a rivalutare la propria presenza in Africa. Gli Stati Uniti hanno cercato di rafforzare le proprie relazioni economiche e diplomatiche e di proporre alternative agli investimenti cinesi, soprattutto nei settori delle infrastrutture, dell'energia e delle tecnologie digitali.
L’Europa possiede un rapporto storico con l’Africa molto più profondo, ma deve confrontarsi con una realtà geopolitica diversa rispetto al passato. Per decenni molti Stati africani hanno avuto relazioni economiche fortemente orientate verso Europa e Stati Uniti, mentre oggi possono negoziare contemporaneamente con Pechino, Washington, Bruxelles, Paesi del Golfo, India, Turchia e altri attori emergenti. Inoltre, sarebbe sbagliato considerare i Paesi africani come semplici destinatari passivi delle strategie delle grandi potenze.
Gli Stati africani hanno propri interessi e cercano di sfruttare la competizione internazionale a loro vantaggio. La crescente concorrenza tra Cina, Stati Uniti ed Europa offre quindi ai governi africani maggiore capacità negoziale e si trasforma in un’occasione di crescita economica.
Se i governi africani riusciranno a evitare una nuova dipendenza da un singolo partner e a sfruttare la concorrenza internazionale, il continente potrà trasformarsi da teatro della competizione globale a protagonista della nuova economia internazionale.