Perché l’Italia dovrebbe aumentare la spesa per l’istruzione
“Italia fanalino di coda in Europa”, purtroppo, è una formula che sentiamo sempre più spesso in parecchi settori. Uno di questi è l’istruzione.
Eppure, dovrebbe essere l’opposto, soprattutto perché la spesa per l’istruzione ha smesso da tempo di essere considerata un mero costo di bilancio ed è vista sempre più come il principale investimento nel capitale umano che spinge la produttività, la capacità di innovazione e la crescita del Paese sul lungo periodo.
Spesa per l’istruzione in Italia: terzultima in Europa in rapporto al PIL
La spesa pubblica per l’istruzione in Italia oscilla tra gli 88 e i 90 miliardi di euro all’anno. In termini assoluti è il terzo importo più elevato nell’Unione Europea, dopo Germania e Francia. Se però si considera la spesa per l’istruzione in rapporto al PIL, l’Italia si ferma intorno al 4%, contro una media europea del 4,7%.
Il confronto con gli altri Paesi evidenzia il divario:
· Italia: circa 4% del PIL
· Media UE: 4,7%
· Svezia: 7,3%
· Belgio, Finlandia ed Estonia: 6,3%
Negli ultimi anni sono però emersi alcuni segnali di crescita. Nel biennio 2023-2024 la spesa è aumentata anche grazie alle risorse del PNRR, con una crescita del 36,5% nel 2023 e dell’11,6% nel 2024, oltre all’impatto dei rinnovi contrattuali del personale.
È aumentata anche la spesa media per studente:
· circa 6.100 euro nell’anno scolastico 2015/2016
· circa 8.400 euro nel 2023/2024
Un incremento importante, legato sia ai maggiori investimenti sia all’inflazione, ma non ancora sufficiente a colmare il divario con gli altri Paesi europei.
Laureati in Italia: occupazione e stipendi più alti
L’impatto economico dell’istruzione va valutato anche nella sua dimensione sociale e nella capacità che ha di generare valore di lungo periodo, per le future generazioni e per il Paese in generale. Percorsi formativi di qualità sono la prima spinta alla mobilità sociale e lo strumento più efficace per ridurre le disuguaglianze che si tramandano da generazioni.
La condizione economica delle famiglie tende infatti a peggiorare in modo proporzionale al calare del titolo di studio della persona di riferimento, poiché livelli di istruzione bassi riducono le opportunità di accesso a lavori qualificati e stabili. La conferma ci arriva dalle retribuzioni, che dimostrano matematicamente quanto il livello di istruzione influenzi la possibilità di occupazione e il reddito individuale nel corso dell’intera vita lavorativa.
I dati pubblicati poche settimane fa nello University Report 2026 dell’Osservatorio JobPricing ci raccontano che il tasso di occupazione di chi ha un titolo universitario sfiora l’83%, quando il resto della forza lavoro si ferma al 62,5%. Ovviamente non tutti gli indirizzi sono uguali, ma è già un buon punto di partenza.
La condizione dei laureati si rafforza se osserviamo la retribuzione annua lorda (RAL): nel 2025 in media hanno guadagnato 42.378 euro, il 37% in più di chi non ha frequentato l’università, fermo a 31.000 euro. Purtroppo, però, nel range tra 25 e 34 anni il 31,6% degli italiani ha conseguito una laurea, contro il 48,7% della media OCSE.
L’alta scolarizzazione attrae maggiori investimenti
Ma il livello di scolarizzazione e istruzione non è solo una questione di sviluppo della popolazione residente. Si tratta di unimportante indicatore anche per gli investitori esteri interessati a scommettere su un Paese che può garantire un alto valore aggiunto nei settori tecnologici, industriali e della transizione ecologica.
Se, come nel caso italiano, la popolazione adulta ha un basso titolo di studio e una quota di giovani laureati non allineata al contesto europeo, il primo effetto è la fatica delle aziende nel trovare le giuste competenze tecniche e ingegneristiche avanzate (ad esempio lauree STEM). A quel punto, o le importano dall’estero, oppure perdono mesi, se non anni, a cercare la risorsa necessaria. Un doppio danno.
Di conseguenza, compagnie e privati potrebbero decidere di dirottare altrove i propri investimenti, soprattutto se guardano a un orizzonte di lungo periodo.