Effetti su mercati e risparmi
L’inflazione non cambia solo il potere d’acquisto. Ha un impatto sulle strategie d’investimento. Le conseguenze sul budget familiare sono dirette e intuitive: i prezzi aumentano (spesso a partire dai costi di produzione per riversarsi su quelli finali) più rapidamente dei redditi, con il risultato di poter comprare meno beni e servizi con la stessa quantità di denaro.
L’impatto su azioni, obbligazioni o materie prime è invece più indiretto e non sempre del tutto prevedibile, perché intrecciato con le politiche monetarie delle banche centrali. A grandi linee, però, è possibile tracciare il “domino” dei mercati in casi di inflazione moderata o sostenuta.
Depositi e investimenti: quanto costa lasciare i soldi sul conto corrente
Al di là di una quota destinata alla gestione delle spese correnti e degli imprevisti, “muovere” le risorse anziché tenerle ferme su un conto corrente è una buona mossa, praticamente in qualsiasi scenario. In caso di inflazione bassa o moderata, però, il “costo dell’immobilità” è meno evidente. Se c’è un tasso annuo dell’1%, dopo 12 mesi la liquidità sul conto sarà nominalmente uguale, ma avrà perso l’1% in termini reali, cioè 10 euro ogni mille depositati.
Quando l’inflazione accelera, l’erosione in termini reali aumenta. Se il tasso è del 5%, in un anno il costo occulto dell’inflazione sarà di 50 euro ogni mille. È vero: l’inflazione innesca un rialzo dei tassi da parte delle banche centrali, e gli istituti di credito tenderanno a offrire condizioni più convenienti, come tassi più remunerativi sui conti deposito. In generale, però, l’inflazione sostenuta rappresenta una sorta di incentivo indiretto a investire.
Si può dire che l’inflazione è un riferimento per valutare le performance attese. Se il tasso è dell’1%, ottenere il 5% rappresenta un guadagno reale consistente, se invece i prezzi aumentano del 5% l’anno, un investimento con rendimento inferiore risulterebbe poco efficiente, e uno con un ritorno simile sarebbe, al più, difensivo. Diventano di maggiore appeal i cosiddetti beni rifugio (come l’oro), ossia asset con correlazione diretta debole o inversa con l’andamento dei prezzi.
Ma cosa succede a obbligazioni e azioni?
Effetti dell’inflazione sulle obbligazioni
Quando l’inflazione è moderata, l’economia tende a essere più stabile e la politica monetaria più cauta. I tassi restano invariati, o in caso di inflazione troppo debole, possono essere ridotti per supportare la crescita. In questo caso, il mercato obbligazionario tende a offrire ritorni più contenuti.
All’interno di un portafoglio, il reddito fisso è un elemento di equilibrio e stabilità, ma gli investitori, anche grazie alla solidità economica attuale o attesa, guardano spesso ad altri mercati (come quello azionario) per ottenere rendimenti più elevati.
Quando l’inflazione corre, lo scenario cambia. Le banche centrali stringono i cordoni e aumentano i tassi per centrare il principale obiettivo del proprio mandato: la stabilità dei prezzi.
Si produce così un doppio effetto: da una parte, le nuove emissioni obbligazionarie, allineate ai tassi di riferimento, saranno più remunerative; dall’altra, perderanno valore quelle a tasso fisso già sul mercato, per la semplice ragione che saranno disponibili bond a condizioni migliori.
L’inflazione elevata porta quindi, seppur in modo indiretto, a ricalibrare il proprio portafoglio obbligazionario, con maggiore esposizione sul breve termine e provando a cogliere le nuove opportunità del reddito fisso, diventato più appetibile a tal punto da attrarre capitali anche dall’azionario.
Effetti dell’inflazione sulle azioni
Ancora più indiretta, complessa ed eterogena è la risposta del mercato azionario. Se l’inflazione è moderata o sostenuta ma sostenibile, il quadro economico tende a favorire le imprese. Incluse quelle quotate. Si possono quindi attendere margini e profitti maggiori, con il risultato di alimentare il valore delle azioni, rese ancor più attraenti dal fatto che l’obbligazionario rappresenta un’alternativa meno remunerativa.
Ma se l’inflazione accelera? Il panorama può diventare molto composito, soprattutto nel breve periodo.
Se è vero che alcuni settori possono trarre vantaggio dalle spinte inflattive (ad esempio, nei settori difensivi come l’energia), la maggior parte delle società potrebbe risentire del caro prezzi, sotto molti aspetti: l’inflazione riduce il potere d’acquisto delle famiglie e, di conseguenza, i consumi; i costi di produzione aumentano; le politiche monetarie più restrittive innescate rappresentano un costo finanziario perché anche i prestiti diventano più salati.
Risultato: i margini e i profitti si assottigliano, riflettendosi sul valore delle azioni.
A questo va aggiunta la tendenza già descritta: se i tassi d’interesse aumentati per contenere l’inflazione rendono le obbligazioni più attraenti, le azioni, in modo speculare, possono acquisire un profilo di rischio-rendimento meno accattivante.
Dipende sempre dal proprio orizzonte d’investimento e dai propri obiettivi, tenendo conto che (al netto delle imposte) l’inflazione allarga la differenza tra rendimento nominale e reale.