SAFE e Readiness 2030: come si finanzia la nuova difesa europea
Spesa e investimenti nella difesa sono in crescita dal 2014. Negli ultimi anni, però, hanno acquisito nuova centralità. La frammentazione geopolitica e l’invasione russa dell’Ucraina sono state uno spartiacque che ha impresso un’accelerazione al comparto, sia sul piano finanziario che su quello strategico.
Spesa e investimenti in crescita
Secondo dati riportati dal Consiglio UE, nel 2025 la spesa per la difesa degli Stati membri è stata di 418 miliardi di euro e dovrebbe arrivare a 454 miliardi nel 2026, per una crescita stimata del 68% rispetto al 2022.
Ancora più ripida è stata l’ascesa degli investimenti, che dovrebbero toccare i 163 miliardi di euro nel 2026, per una crescita del 147% in appena quattro anni.
Alla luce di queste tendenze, l’Europa ha varato un piano per il sostegno finanziario del settore (SAFE) e una più ampia strategia di riarmo (Readiness 2030).
Obiettivo, indicato dall’UE: “Rafforzare la propria preparazione nell’ambito della difesa e garantire che gli Stati membri possano rispondere rapidamente a un contesto di sicurezza in evoluzione”.
Come funziona il piano SAFE
Il pilastro finanziario su cui si basa la strategia europea è il SAFE. In inglese vuol dire “sicuro”, ed è l’acronimo di Security Action for Europe. Punta a facilitare e incentivare gli investimenti nel settore della difesa. Il programma mette a disposizione fino a 150 miliardi di euro sotto forma di prestiti a lungo termine concessi agli Stati membri (per ora 19) che hanno deciso di sottoscrivere il piano.
Il meccanismo prevede che la Commissione europea raccolga capitali sui mercati finanziari emettendo debito comune UE. Quindi con garanzie ancor più solide e a tassi più favorevoli rispetto a quelli di un’emissione dei singoli Stati. La raccolta viene poi distribuita ai Paesi che ne fanno richiesta, sulla base di piani approvati da Bruxelles.
Il SAFE, però, non è solo sistema di finanziamento. Il programma, infatti, punta a incentivare gli investimenti e gli acquisti congiunti da parte di due o più Paesi e ambisce a indirizzare i capitali verso produttori europei, visto che almeno il 65% della spesa deve essere impiegata per componenti di provenienza UE. In pratica, il SAFE è stato progettato per sostenere l’intero comparto, sia in ambito pubblico che (di riflesso) privato.
Cosa prevede il piano Readiness 2030
Il Security Action for Europe si inserisce in un piano più ampio: Readiness 2030 (detto anche ReArm Europe). Punta a mobilitare, tramite gli Stati membri, 800 miliardi di euro (incluse le risorse del SAFE) per potenziare la spesa nella difesa.
La chiave non riguarda tanto gli investimenti diretti quanto la revisione di alcuni parametri finanziari.
La Commissione, infatti, ha previsto l’attivazione della clausola di salvaguardia nazionale del Patto di Stabilità e Crescita, che autorizza i singoli Stati a deviare temporaneamente dai rigidi requisiti di bilancio europei.
In sostanza: viene concessa maggiore flessibilità (ossia la possibilità di spendere di più e generare più deficit e debito) se le risorse vengono destinate alla difesa. La Commissione stima che questo meccanismo possa generare un margine fiscale di 650 miliardi di euro da qui al 2030. Risorse pubbliche che, a cascata, dovrebbero sostenere l’intera filiera e tradursi in maggiori investimenti per leimprese del settore.
Per muovere ulteriori capitali, poi, Readiness 2030 punta ad attrarre investitori istituzionali (come fondi e venture capital), convogliando i loro investimenti (con meccanismi ancora da definire) verso la difesa attraverso l’impegno della Banca europea per gli investimenti.
Gli obiettivi dei piani
Gli obiettivi dei piani sono dichiarati sui documenti ufficiali di Readiness 2030, sia in termini puntuali che strategici.
L’Europa deve “colmare le carenze critiche in termini di capacità, accelerare gli investimenti nella difesa negli Stati membri e realizzare la ‘piena prontezza’ alla difesa entro il 2030”.
La tabella di marcia propone quelle che sono definite “quattro iniziative faro”: “L'iniziativa europea di difesa antidrone, la sorveglianza del versante orientale, lo scudo aereo europeo e lo scudo spaziale europeo”.
Le ricadute economiche potrebbero essere significative, in particolare, per alcuni comparti ad alta intensità tecnologica. Tra i settori prioritari sono indicati munizioni e missili, sistemi di artiglieria, droni, sistemi di protezione delle infrastrutture critiche e cybersicurezza.
Altrettanto importanti, ma con “condizioni di ammissibilità più rigorose”, saranno gli investimenti in sistemi di difesa aerea, protezione delle risorse spaziali e intelligenza artificiale.
Più in generale, l’ambizione è sfruttare appieno gli strumenti finanziari per avere “effetti positivi per l'economia dell'UE e la sua competitività”, compresi “la costruzione di nuove fabbriche e linee di produzione essenziali per la creazione di posti di lavoro di qualità”.