Ci sono delle vie, marittime (soprattutto) e terrestri (gli oleodotti), che fanno viaggiare il greggio dai Paesi produttori a quelli consumatori. Sono le rotte del petrolio: un sistema di trasporto complesso non solo dal punto di vista logistico ma anche geopolitico. S’intreccia, infatti, con blocchi, rischi, conflitti. Dinamiche in apparenza lontane dalla vita quotidiana che, in realtà, finiscono per pesare sul portafoglio di tutti.
Il viaggio di una petroliera
Spesso si immagina la Terra come un luogo aperto, di mari che offrono libertà di circolazione e spazi infiniti. Non è proprio così. Le rotte marittime del petrolio lo dimostrano. Oltre agli oceani, infatti, ci sono stretti e checkpoint, controllati dagli Stati, che rappresentano veri e propri imbuti. Non sono sempre punti di passaggio obbligatori, ma sono quelli di gran lunga più convenienti in termini di tempi e di costi.
Per capire il perché, basta seguire il viaggio di una petroliera, che parte dalla principale zona di produzione: la Penisola Arabica. Lo Stretto di Hormuz è lo snodo petrolifero più frequentato del mondo. Divide le coste degli Emirati Arabi e dell’Oman da quelle dell’Iran, collegando Golfo di Oman e Golfo Persico. Una strettoia naturale larga appena 30 chilometri, dalla quale passa la stragrande maggioranza del greggio prodotta nell’area. Chi controlla il passaggio (Oman e Iran) può ostacolarlo, ad esempio in caso di tensioni con Paesi consumatori, come gli Stati Uniti. Ed è solo l’inizio del viaggio.
Rotte interrotte
Una volta superato Hormuz, le petroliere seguono due rotte principali. La prima si dirige verso Est, lambisce l’India e approda allo Stretto di Malacca, che, tra Malesia e Indonesia, divide l’Oceano Indiano dal Mar Cinese Meridionale e dall’Oceano Pacifico. È da qui che passa il greggio destinato, soprattutto, a Cina, Giappone e Corea del Sud.
La seconda rotta, destinazione Ovest, scende verso lo Stretto del Bab el-Mandeb. Si trova tra Yemen, Gibuti ed Eritrea. Se il passaggio è libero, le navi procedono verso il Canale di Suez (altro snodo cruciale) e tagliano il Mar Mediterraneo per raggiungere l’Europa e le Americhe. Se però Bab el-Mandeb è bloccato, le conseguenze diventano globali. È successo, ad esempio, quando Israele ha attaccato Gaza. I ribelli Houthi, armati dall’Iran, hanno minacciato il passaggio delle navi, rendendo molto più rischioso raggiungere Suez. La rotta alternativa verso Occidente è molto più lunga: prevede di doppiare il Capo di Buona Speranza, in Sudafrica, per poi risalire verso Gibilterra o attraversare l’Atlantico. In sostanza: limitare il passaggio da Bab el-Mandeb o Seuz vuol dire moltiplicare i giorni di navigazione, i costi e i tempi di approvvigionamento.
Ci possono poi essere problemi tecnici. Nel 2021, la portacontainer Ever Given si è incagliata e ha bloccato il Canale di Suez per sei giorni. Nel 2024, la siccità ha rallentato il passaggio da un altro punto nodale delle rotte del petrolio: il Canale di Panama.
Dagli stretti alle bollette
Come abbiamo visto, quindi, l’incertezza, le tensioni e gli inconvenienti possono influire sulle rotte commerciali e su quelle del petrolio in particolare. I costi di trasporto aumentano, i rifornimenti diventano più discontinui. E così i prezzi del greggio lievitano, con aumenti sensibili nel caso in cui la situazione si protraesse. Stiamo parlando, in modo diretto, dei carburanti. Ma anche, in modo indiretto, delle bollette. Come mai? Perché il mercato dell’energia non è fatto a compartimenti stagni.
È vero: l’elettricità nelle nostre case non ha bisogno di greggio. Ma se il petrolio è caro, sul mercato cresce la domanda di alternative (come gas e carbone), gonfiandone il prezzo. E questo sì, può incidere sulle bollette. Ma non solo: l’energia è una voce consistente nei costi delle imprese. Se sale, aumentano anche i prezzi di molti prodotti. Finirà quindi per costare di più anche la frutta al supermercato o l’auto in concessionario.