Non più soltanto una competizione sportiva, ma una vera e propria macchina da business. Il Mondiale di calcio, il massimo appuntamento sportivo globale che si ripete ogni quattro anni e tiene incollati allo schermo miliardi di persone, sposta centinaia di miliardi di dollari.
Come già spiegato nel caso delle Olimpiadi, stiamo parlando di un motore economico che spinge investimenti infrastrutturali, turismo, servizi per i Paesi e le imprese ospitanti. Ma attenzione, le cose vanno fatto bene, oppure il ritorno economico può rapidamente trasformarsi in un fardello decennale.
Costi di organizzazione in costante aumento
I numeri raccontano una storia precisa. Come spiegato da Social Media Soccer e Front Office Sports, per ospitare i Mondiali del 1994 (quelli del famoso rigore sbagliato da Baggio in finale contro il Brasile) gli USA spesero circa mezzo miliardo di dollari.
Può sembrare molto per un torneo sportivo che dura circa un mese, ma in realtà si tratta di una cifra contenuta, se comprata alle spese delle edizioni successive. Francia 1998 vide lievitare il conto a 2,3 miliardi di dollari, mentre il Mondiale Corea-Giappone del 2002 triplicò le spese, superando i 7 miliardi. Più virtuosi i tedeschi, che per Germania 2006, dove l’Italia sollevò al cielo la sua quarta coppa del Mondo, investirono 4,3 miliardi.
In linea con questi ordini di grandezza anche il Sudafrica 2010 con 3,6 miliardi. Furono poi le due successive edizioni a vedere i costi esplodere: il Brasile del 2014 raggiunse i 15,6 miliardi e la Russia nel 2018 chiuse a 11,6 miliardi.
Ma il vero record è del Qatar per il mondiale 2022, il primo della storia in inverno, con Messi e la sua Argentina sul tetto del mondo calcistico. Secondo le dichiarazioni ufficiali del governo di Doha, gli investimenti complessivi legati alla Coppa del Mondo sono arrivati a 210 miliardi di dollari. Il motivo è semplice: sono stati realizzati praticamente da zero stadi, autostrade, ferrovie, aeroporti e hotel per uno sviluppo urbanistico che avrebbe comunque trasformato il Paese anche senza i Mondiali.
Va precisato però che quella del Qatar è stata la Coppa del Mondo più costosa della storia non per il torneo in sé, ma perché l’evento ha funzionato da acceleratore di un piano di modernizzazione nazionale decennale, Qatar 2030, che ha l’obiettivo di far diventare il Paese del Golfo Persico un enorme hub di innovazione globale.
Le previsioni economiche per il Mondiale 2026
Il Mondiale iniziato l’11 giugno 2026 è il primo della storia con 48 squadre nazionali, 104 partite e 16 città ospitanti, distribuite su un intero continente tra Stati Uniti, Canada e Messico.
Secondo uno studio di OpenEconomics, il torneo porterà a una spesa complessiva di circa 13,9 miliardi di dollari, ma l’impatto economico generale è stimato in più di 80 miliardi di dollari, con circa 824mila nuovi posti di lavoro equivalenti creati a tempo pieno e un incremento del Pil dei tre Paesi ospitanti di circa 40 miliardi. Come sempre, però, la distribuzione non sarà uniforme: gli USA dovrebbero prendersi la fetta più grossa, anche perché ospitano la maggior parte delle partite, tra cui la finalissima: oltre 30 miliardi di dollari. Il Canada circa 4 miliardi e il Messico circa 3 miliardi.
Ma c’è un quarto attore fondamentale che si porterà a casa un’altra significativa porzione di ricavi: la FIFA. Il Presidente Gianni Infantino ha dichiarato di aspettarsi oltre 11 miliardi di dollari tra diritti televisivi, sponsorizzazioni, ticketing e licenze commerciali, a fronte di costi operativi per l’organizzazione di circa 1,1 miliardi di dollari.
Ciò che resta degli investimenti infrastrutturali: la vera scommessa sul lungo periodo
Una cosa è certa: non sapremo già ad agosto se i Mondiali sono stati un successo economico o un affare in perdita. E non lo sapremo nemmeno tra sei mesi, perché il vero effetto positivo di un evento di questa portata si può analizzare dopo anni, in quanto dipende dal reale utilizzo delle infrastrutture costruite per l’occasione.
Se strade, ferrovie, alberghi, aeroporti e stadi continueranno a generare valore, potremo dire che il Mondiale è andato davvero bene per il tessuto socioeconomico dei Paesi ospitanti. Un po’ come è accaduto in Qatar, quando il massimo evento calcistico globale ha accelerato il programma di sviluppo infrastrutturale già pianificato. Se invece sarà un caso simile a quello di Sudafrica e Brasile, gli stadi e le infrastrutture si riveleranno delle cattedrali nel deserto, lasciando in eredità più costi che vantaggi.
Come si dice spesso in questi casi, ai posteri l’ardua sentenza.