La massima “It’s not about timing the market, but about time in the market” è uno dei modi di dire preferiti dagli investitori americani e anglosassoni. Si può trovare in diverse varianti, tutte con lo stesso significato finale. In italiano non è semplice tradurlo alla lettera, possiamo riassumerlo in questo concetto: non è tanto importante scegliere il momento giusto per entrare e uscire dal mercato (timing the market), quanto mantenere i propri investimenti nei mercati finanziari il più a lungo possibile (time in the market). Ma è davvero così?
Cosa significa “Timing the market”?
Il senso è molto semplice: “timing the market” (si trova spesso descritto anche come “market timing”) significa provare a battere il mercato, vendendo o comprando asset in base a rialzi o ribassi dei valori. I trader che hanno questo approccio acquistano quando i prezzi sono più bassi del reale valore degli asset, in genere anticipando un rialzo del mercato, e vendono quando sono più alti, prima che si verifichi un ribasso generale.
Per esempio, se avessi previsto in anticipo che l’ufficializzazione dei dazi degli Stati Uniti verso l’Europa avrebbe portato a un crollo generalizzato dei mercati del Vecchio Continente, la strategia “Timing the market” mi avrebbe portato a vendere tutti gli asset relativi all’Europa in mio possesso poche ore prima dell’annuncio ufficiale da parte di Trump. Prendendo in esame il FTSE MIB, avrei così venduto il 2 aprile 2025 sopra i 38.000 punti e avrei ricomprato gli stessi asset il 7 aprile sotto i 33.000 punti, guadagnando dalla differenza.
Cosa significa “Time in the market”?
Possiamo riassumerlo nel tempo in cui un investitore mantiene il proprio denaro investito nel mercato. Investire nel lungo termine quindi porta spesso a buoni rendimenti, se il portafoglio è stato diversificato correttamente. Le serie storiche dimostrano come investimenti di 10-15-20 anni o più hanno sfruttato la crescita complessiva dei mercati, assorbendo anche le fisiologiche crisi che possono accadere per vari motivi in così tanto tempo.
Ad esempio, nel maggio del 2005 l’S&P 500 americano valeva 1.960 punti, oggi è stabile sopra quota 5.500, e a novembre 2024 ha superato per la prima volta i 6.000 punti. È facile capire quindi che, se avessimo investito una parte del nostro patrimonio nel 2005 e l’avessimo tenuto per 20 anni, il valore sarebbe quasi triplicato.
Pro e contro delle diverse strategie
Il market timing è più focalizzato sul breve periodo e più rischioso, perché se si calcola male il tempo di entrata o di uscita dal mercato, o se si verificano condizioni diverse dalle previsioni del trader, le perdite possono essere importanti. Anche il rischio di mancare i periodi migliori del mercato è alto, oltre allo stress emotivo che può generare in chi lo applica ogni giorno. Inoltre, ha lo svantaggio che molte operazioni nel corso dell’anno hanno costi più importanti derivanti dalle transazioni più frequenti. Per contro, i rendimenti possono essere maggiori se si centra il giusto timing e consente di evitare i periodi in cui il mercato va in calo, oltre a poter essere sfruttato anche da chi ha un orizzonte di investimento nel breve termine.
Il time in the market è più semplice e alla portata di tutti, sfrutta l’interesse composto e limita i danni nell’uscire/entrare nei momenti peggiori del mercato. Ha inoltre meno commissioni. Per contro, espone gli investitori a maggiori ribassi, non consente di approfittare di opportunità tattiche e funziona solamente per chi ha un orizzonte di investimento di lungo periodo.