Indice di Sharpe e Alfa di Jensen, i due più importanti indici per valutare un investimento

Guida alla finanza 3 minuti di lettura
Vengono usati per valutare il rendimento corretto per il rischio.

Quando si fa un investimento, bisogna sempre tenere conto sia del potenziale rendimento sia del rischio. Per capire se i guadagni sono commisurati al rischio che viene assunto dall’investitore, gli indici più usati sono l’indice di Sharpe e l’Alfa di Jensen.

Un investimento, infatti, non risulta migliore per il semplice fatto di avere dei rendimenti più elevati, ma per determinare la qualità dell’investimento è necessario tenere conto del rischio.

Indice di Sharpe: cos’è e come si calcola

L’indice di Sharpe, sviluppato dal premio Nobel William F. Sharpe, è un parametro molto utilizzato per valutare gestori e portafogli di investimento. Viene calcolato sottraendo il tasso di rendimento senza rischio di un titolo dal rendimento medio atteso dell’investimento, dividendo poi il risultato per la deviazione standard (volatilità) dei rendimenti degli investimenti.

Maggiore è l’indice di Sharpe, più efficiente sarà la gestione di un portafoglio. Quando la volatilità è maggiore, il rischio è più alto e quindi l’indice di Sharpe sarà più basso. Se l’indice è negativo, significa che c’è un rendimento inferiore rispetto al rendimento privo di rischio.

Ad esempio, se una certa azione A ha una Sharpe ratio pari a 0,90, significa che si ha la possibilità di avere un guadagno dello 0,90% in più ogni volta che il rischio aumenta dell’1%.

Aumentando il rischio di portafoglio, si possono ottenere rendimenti maggiori, ma anche perdite maggiori. Lo scopo dello Sharpe Ratio è proprio quello di esprimere la relazione tra le due variabili, ovvero la redditività e il rischio.

Cos’è e cosa misura l’Alfa di Jensen

L’Alfa di Jensen misura il rendimento di un portafoglio di investimento rispetto a un determinato indice di riferimento, di solito un indice azionario, corretto per il rischio. Può essere positivo o negativo, a seconda della capacità del gestore di un portafoglio di ottenere rendimenti superiori all’indice azionario di riferimento con la stessa quantità di rischio. A seconda che il portafoglio superi, eguagli o sia inferiore al rendimento atteso, avrà un alfa di Jensen positivo, neutro o negativo.

Per la misurazione si tiene conto di due coefficienti: alfa e beta. L’alfa misura il guadagno del portafoglio, mentre il coefficiente beta identifica la volatilità precedente o il rischio di un mercato.

Per calcolare l’alfa, di solito si usa il Capital Assets Pricing Model, meglio noto come CAPM. Questo calcolo prevede la sottrazione del tasso di rendimento (ROR) dal rendimento previsto, a cui poi viene sottratto il beta per ottenere il premio di rischio. A questo punto si moltiplica il premio per il rendimento di mercato, sottraendo il tasso di rendimento al netto del rischio.

Ad esempio, supponiamo che il rendimento previsto di una azione corrisponda al 10% dopo un anno, il tasso di riferimento esente dal rischio è l’8%, il beta è pari a 1,2 e l’indice di riferimento è dell’9%. Il calcolo sarebbe quindi: 10 - 8 - 1,2 x (9 – 8). Vuol dire che l’alfa di Jensen è 0,8%. La percentuale è positiva, quindi il portafoglio sovraperforma il mercato. Se il beta, quindi la volatilità aumenta, le cifre ovviamente possono cambiare.

A cosa servono l’indice di Sharpe e l’Alfa di Jensen?