Economia e geopolitica, i due fattori della dedollarizzazione dei BRICS

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In un’epoca di dazi e tensioni commerciali globali, limitare la propria dipendenza dal dollaro americano può essere una soluzione per una maggiore autonomia. Ma non è un processo semplice da realizzare, per vari motivi.

Fino a pochi anni fa, quelle dei BRICS erano considerate economie emergenti, ma ora la storia è cambiata perché valgono oltre il 41% del PIL mondiale, calcolato in parità di potere d’acquisto, e possono contare su più della metà della popolazione globale. Insomma, parliamo di un blocco molto importante per l’economia e il futuro del nostro pianeta. 

Chi sono i BRICS ?

Ai primi cinque Paesi fondatori (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica), e ai cinque Stati membri (Egitto, Emirati Arabi Uniti, Etiopia, Iran, Indonesia), si sono aggiunti quest’anno otto Paesi partner: Bielorussia, Bolivia, Cuba, Kazakistan, Malesia, Thailandia, Uganda e Uzbekistan. A questi si potrebbero sommare potenzialmente anche Algeria, Nigeria, Vietnam e Turchia, già invitati a unirsi ai BRICS ma che non hanno ancora ufficializzato la propria adesione.

Perché ai BRICS conviene la dedollarizzazione

Il progetto condiviso da diversi tra questi Paesi è sganciarsi dal dollaro, riducendo la propria dipendenza economica e finanziaria dagli USA. Possiamo dare due letture di questa strategia, una economica e una geopolitica.

Da un lato, i BRICS cercano di rafforzare la propria autonomia, perché utilizzare il dollaro a livello internazionale significa esporre la propria economia alle politiche della Federal Reserve americana, amplificando la possibilità di sanzioni e restrizioni finanziarie, come quelle imposte per esempio a Russia e Iran. Se si sganciassero dal dollaro, queste economie avrebbero maggiore spazio di manovra e autonomia nella politica monetaria e ridurrebbero il rischio di fluttuazioni economiche esogene.

Prendendola invece dal punto di vista geopolitico, la dedollarizzazione sarebbe un freno all’utilizzo del biglietto verde come arma. Soprattutto la Cina è stata colpita dalla guerra commerciale avviata dal primo governo Trump, reagendo con il lancio di strumenti finanziari creati in casa, come per esempio lo yuan digitale.

Gli impatti della dedollarizzazione sull’economia italiana

In un periodo in cui dazi e tensioni commerciali la fanno da padrone sulle due sponde dell’Atlantico, un progetto di dedollarizzazione non sarebbe visto in modo negativo dalle aziende italiane, soprattutto se pensiamo alle PMI. Avere un blocco alternativo e un maggior numero di infrastrutture commerciali porterebbe a più possibilità di diversificare le catene di fornitura, a materie prime meno costose, a minori rischi legati a una singola area geografica e a nuovi mercati da consolidare per l’export, soprattutto se guardiamo a Sud America, Africa e Asia.

Perché non è semplice realizzare la dedollarizzazione

Innanzitutto, il dollaro resta la valuta più utilizzata negli scambi internazionali e non è facile trovare un’alternativa solida e accettata da tutte le economie. Inoltre, i Paesi che vogliono la dedollarizzazione, come Cina e Russia, sono mercati con un forte controllo sui capitali e con regole molto rigide, che non incentivano gli investitori a impegnarsi stabilmente. In terzo luogo, non tutti i BRICS sono d’accordo con questa strategia: l’India, che ha diverse dispute territoriali con la Cina, ha già fatto sapere di preferire il dollaro a una eventuale dipendenza dallo yuan.

Insomma, l’idea c’è ed è allo studio, ma non sarà semplice metterla in pratica.

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