Non importa che siate esperti o alle prime armi. Per costruire un portafoglio la parola d’ordine da tenere a mente sarà sempre la stessa: diversificazione. La diversificazione è un criterio d’investimento che mira a ridurre il rischio, tenendo presente che ce n’è sempre uno di mercato non eliminabile (che non a caso è detto anche “rischio non diversificabile”). Diversificare vuol dire scegliere titoli diversi. Principio elementare, che però nella pratica può rivelarsi complesso.
Perché diversificare?
La diversificazione, tanto per cominciare, può riguardare il tipo di asset: valute, obbligazioni, azioni. Immaginiamo però di puntare solo sul mercato azionario. La domanda è: come si costruisce un portafoglio azionario diversificato?
Consideriamo lo scenario in cui si decide di puntare sulle azioni di una sola società. Potrebbe andare molto bene, con rendimenti elevati. Ma potrebbe andare anche molto male. Basterebbe una trimestrale al di sotto delle attese e il titolo (e quinti il nostro intero portafoglio) potrebbe perdere parecchio. Vorrebbe dire ancorare i propri investimenti al destino di una sola azienda.
È quindi intuitivo il perché investire su un solo titolo è molto rischioso. Per costruire un portafoglio diversificato, però, non basta acquistare titoli diversi: è necessario che abbiano determinate caratteristiche, definite anche in base all’orizzonte temporale scelto e al margine di rischio che si è disposti a correre.
Settori e non solo: la diversità non basta
Per costruire un portafoglio equilibrato, i titoli devono essere non solo diversi ma anche decorrelati. Devono cioè puntare ad avere una risposta differente alle condizioni che il mercato offre. Facciamo un esempio: in presenza di determinati fattori, i titoli di alcuni settori (come quelli tecnologici o finanziari) tendono a muoversi nella stessa direzione. Meglio quindi strutturare un portafoglio che includa comparti diversi, miscelando quelli ciclici con quelli anticiclici. I primi (come l’automotive o l’edilizia) tendono ad avere risultati migliori in una fase di espansione economica; i secondi (come la sanità o i servizi energetici) si mantengono stabili in quanto settori fondamentali, o addirittura performano meglio in fasi di stagnazione o crisi.
Per quanto i periodi espansivi siano un fattore positivo, la diversificazione consente di cavalcare le diverse fasi del ciclo economico, o quantomeno di ammortizzare le ripercussioni dei momenti più complicati.
Dimensioni e aree geografiche
Con la stessa logica dei settori (una diversificazione basata sulla decorrelazione), un portafoglio ben costruito deve tener presente altri elementi. Ad esempio, la capitalizzazione, cioè i titoli di società di differenti dimensioni.
Oppure la provenienza geografica. Per quanto il mondo sia fortemente interconnesso, esistono ancora fattori che si ripercuotono soltanto o prevalentemente su alcune aree economico-geografiche. Basti pensare, ad esempio, alle decisioni delle banche centrali oagli accordi sui dazi, che possono colpire determinate aree (e di conseguenza determinate economie) più di altre. O ancora ai fenomeni naturali estremi, che possono minare la solidità di regioni e Stati. Ecco perché un altro criterio fondamentale della diversificazione è quello geografico, che si riflette in un portafoglio in cui sono rappresentati sia i Paesi sviluppati, che quelli emergenti.