Perché gli Emirati Arabi Uniti puntano sulla sostenibilità in Africa

Sviluppo sostenibile 4 minuti di lettura
Idrogeno, infrastrutture green, ma anche turismo sostenibile. Gli Emirati scommettono forte sul continente africano, dall’Egitto al Sahel, per diventare un player globale della transizione energetica.

Dopo USA, Cina e Unione Europea, gli Emirati Arabi Uniti sono il quarto più importante investitore nel continente africano. Tra il 2019 e il 2023 hanno investito oltre 110 miliardi di dollari e a novembre dello scorso anno hanno annunciato altri 6 miliardi per supportare la crescita del settore turistico. Ma sono gli investimenti nello sviluppo sostenibile a fare la parte del leone.

Investimenti green degli Emirati Arabi Uniti in Africa

Un tratto distintivo della corsa al nuovo oro verde è proprio l’attenzione degli EAU verso il settore energetico: del totale degli investimenti, oltre 70 miliardi di dollari sono stati destinati alla green economy, in particolare per sviluppare progetti legati alle energie rinnovabili. Una cifra che consacra gli EAU come il principale investitore arabo e del Consiglio di Cooperazione del Golfo nella transizione verso la sostenibilità in Africa.

Questa strategia potrebbe sembrare un controsenso, perché gli Emirati Arabi Uniti sono storicamente nella top 10 globale dei Paesi produttori di petrolio, ma in realtà c’è una ragione ben precisa.

Mentre i mercati tradizionali ricalibrano le proprie strategie di portafoglio in risposta alle fluttuazioni dei tassi e alle tensioni commerciali globali, una nuova direttrice di capitali sta ridisegnando la mappa energetica del XXI secolo. E lo sta facendo con una rapidità che sfida i modelli più tradizionali dello sviluppo occidentale.

La strategia degli Emirati per essere tra i principali attori dello sviluppo sostenibile

Gli Emirati, grazie all’enorme liquidità ottenuta proprio dal petrolio, hanno varato l’esportazione di un modello di capitalismo di Stato adattivo che trasforma la sfida climatica in una leva di egemonia economica. Nel medio periodo, ci si aspetta che questi investimenti pubblici facciano da traino per attrarre ulteriori capitali privati globali, riducendo il profilo di rischio percepito del continente africano e consolidando il ruolo degli EAU come arbitri della transizione energetica.

L’obiettivo dei leader emiratini è duplice. Da un lato diversificare il portafoglio dal greggio, in un settore come quello della green economy che può generare rendimenti costanti.

Dall’altro, essere riconosciuti come “hub globaledella finanza climatica, un ruolo descritto tra le righe quando hanno presentato l’Africa Green Investment Initiative alla Cop 28: non si tratta di aiuti a fondo perduto, ma di capitale destinato a infrastrutture strategiche che genereranno importanti ritorni sul medio-lungo termine.

Egitto e Sahel al centro degli investimenti energetici emiratini

Grazie alla posizione strategica nel cuore del Mediterraneo, e alla sua vicinanza con il Canale di Suez, l’Egitto è stato scelto come laboratorio per l’idrogeno verde.

Il colosso energetico Masdar punta a produrre entro la fine dell’anno 100mila tonnellate di e-metanolo, ricavato dall’idrogeno verde, per alimentare le navi. Per il 2030, intende raggiungere i 4GW attraverso la capacità di elettrolisi e produrre 2,3 milioni di tonnellate di ammoniaca green per l’export, oltre a idrogeno sufficiente per supportare l’industria locale.

Spostandoci nell’Africa Orientale, in particolare nella ragione del Sahel, gli Emirati investono in tecnologie di stoccaggio energetico e mini-grid, essenziali per supportare l'urbanizzazione africana.

Queste infrastrutture sono viste da diversi esperti come un moltiplicatore economico: l'accesso all'energia pulita abilita la crescita delle PMI locali, che a loro volta alimentano la domanda di servizi logistici e finanziari, settori in cui operatori come DP World e le banche emiratine sono già leader.