ESG, acronimo di Environmental, Social e Governance, ha lo scopo di valutare i criteri di sostenibilità ambientale e sociale e la qualità di governance delle imprese in modo da considerarli poi nella valutazione del valore reale di una organizzazione.
Gli ESG, però, non sono una certificazione unica ed esistono vari standard di misurazione. Per cui è difficile affermare con precisione quante aziende italiane rispettano pienamente questi criteri di sostenibilità.
Le imprese italiane e l’adeguamento ai criteri ESG
Secondo l’ESG Outlook di Crif, le imprese si stanno adeguando sempre di più ai criteri ESG e questo permette loro di ottenere più facilmente l’accesso al credito, rafforzando così la propria competitività.
Su circa 150 mila imprese italiane analizzate, oltre il 30% è in fase avanzata di adeguamento ESG, circa il 60% è in fase iniziale o intermedia e solo l’8% ha livelli molto bassi o nessuna adeguatezza ESG.
Molto dipende anche dalle dimensioni aziendali: nel 2024, oltre il 70% delle grandi aziende si è posizionata nelle classi di adeguatezza ESG “Alto” o “Molto Alto”, con un aumento del 24% rispetto all’anno precedente. E il credito ha seguito i criteri di sostenibilità: il 76% dei finanziamenti alle grandi imprese è stato infatti destinato a realtà che hanno integrato maggiormente i criteri ambientali, sociali e di governance nella propria operatività.
Ma anche le piccole e medie imprese italiane stanno migliorando la propria posizione. Quelle con elevati livelli ESG sono aumentate del 17%, mentre si sono ridotte dell’11% quelle con i punteggi più bassi.
I comparti più avanzati risultano quelli delle tecnologie dell’informazione, media e telecomunicazioni, meccanica strumentale e tessile. Restano invece in difficoltà agricoltura, alimentare, bevande e tabacco, oltre a Oil&Gas, dove la transizione richiede investimenti più complessi e tempi più lunghi.
La nuova direttiva europea sulla sostenibilità delle imprese
Un ruolo decisivo nella spinta verso modelli di sviluppo sostenibili arriva dalla Corporate Sustainability Reporting Directive (CSRD), la nuova direttiva europea che dal 2023 sostituisce la Nfrd (Non- Financial Reporting Directive), imponendo a un numero molto più ampio di imprese di pubblicare un report di sostenibilità dettagliato, secondo criteri comuni ai 27 Stati membri dell’UE.
La CSRD estende l’obbligo di report. Oltre a grandi società quotate, banche e assicurazioni, dal 2025 sono obbligate le grandi imprese europee che superano almeno due di questi criteri: più di 250 dipendenti, 40 milioni di euro di fatturato o 20 milioni di attivo.
Dal 2026 la direttiva europea sulla rendicontazione di sostenibilità si estenderà anche alle PMI quotate in borsa. Il numero di imprese coinvolte passerà così da circa 11.000 aziende europee a oltre 50.000. In Italia le aziende direttamente interessate saranno circa 4.000.
L’obiettivo della direttiva è aumentare la trasparenza e la comparabilità delle informazioni sui temi di sostenibilità. In questo modo investitori e banche potranno valutare con maggiore precisione i criteri ESG e individuare eventuali pratiche di greenwashing.
Secondo Crif, la sostenibilità incide ormai anche sulla valutazione del merito creditizio delle imprese. La nuova normativa punta proprio a certificare in modo più dettagliato l’effettiva applicazione dei criteri ESG, riducendo lo spazio per dichiarazioni ambientali non supportate da azioni concrete.
Uno studio della Banca d’Italia mostra che, prima della stretta monetaria della BCE, tra il 2019 e il 2021 le imprese accusate di greenwashing avevano ottenuto sconti sui tassi di interesse tra tre e sette punti base. Oggi però questo vantaggio si è progressivamente ridotto fino quasi ad azzerarsi. Le banche effettuano controlli più rigorosi e adottano criteri più severi nella valutazione della clientela.