I danni economici e ambientali dello spreco alimentare

Sviluppo sostenibile 4 minuti di lettura
Secondo la FAO, ogni anno vengono sprecate nel mondo oltre 1,5 miliardi di tonnellate di cibo, per un valore economico che arriva a 1.200 miliardi di dollari.

Un terzo del cibo prodotto nel mondo viene sprecato. E, solo in Italia, questa perdita vale complessivamente oltre 13 miliardi di euro all’anno, di cui più del 50% è dovuto al solo spreco alimentare nelle nostre case.

Un problema enorme, che necessita di un cambiamento nelle abitudini di produzione e consumo, come viene ricordato ogni anno in occasione della Giornata nazionale di prevenzione dello spreco alimentare, giunta nel 2025 alla undicesima edizione.

I numeri globali

Secondo la FAO, ogni anno vengono sprecate nel mondo oltre 1,5 miliardi di tonnellate di cibo, per un valore economico che arriva a 1.200 miliardi di dollari, pari a un terzo della produzione agroalimentare globale.

Tra gli Stati del G7, in base ai dati dell’Osservatorio Waste Watcher International, il Canada guida la classifica dei Paesi che sprecano di più con 1.144,1 grammi di cibo sprecato a settimana per persona, seguito dagli Stati Uniti (859,4 grammi) e dall’Italia (683,3 grammi). All’estremo opposto, troviamo il Giappone, con 362 grammi settimanali, seguito dalla Francia (459,9 grammi) e dalla Germania (512,9 grammi).

Solo in Europa, ogni anno vengono gettate 59 milioni di tonnellate di cibo, per un valore di 132 miliardi di euro. In media, ogni cittadino europeo spreca circa 70 chili di cibo in ambito domestico e 12 chili nei ristoranti.

La situazione italiana

Nel 2024, lo spreco alimentare in Italia ha registrato un incremento preoccupante, con un aumento del 46% rispetto al 2023. Nelle famiglie si è passati dai 75 grammi di cibo buttato a testa ogni giorno del 2023 a quasi 81 grammi nel 2024. Vale a dire oltre mezzo chilo (566,3 grammi) di alimenti che finiscono nella pattumiera ogni settimana. In termini economici, questo comporta un aumento del costo annuo a famiglia di 290 euro e di 126 euro pro-capite. Una cifra che, complessivamente, supera i 13 miliardi. Divisi tra i quasi 7,5 miliardi di spreco domestico e quasi 4 miliardi tra ristorazione, filiera agricola (in campo e nell’industria) e distribuzione.

Oltre il 50% dello spreco alimentare avviene in ambito domestico. Le nostre case sono quindi la principale fonte di spreco alimentare. Gli alimenti che più finiscono nella pattumiera di casa sono:

  • frutta fresca (25,4 grammi)
  • verdure (18,2 grammi)
  • pane fresco (20,1 grammi)
  • insalate (18,5 gr)
  • cipolle/aglio/tuberi (20 grammi).

Al Sud e al Centro si spreca il 9% in più rispetto alla media nazionale.

Per quanto riguarda i ristoranti, oltre la metà degli sprechi è legato al cibo avanzato nel piatto e che viene gettato via. Anche perché, secondo un sondaggio di FIPE Confcommercio, solo il 15,5% degli italiani chiede di portare a casa quello che avanza nel piatto. Tutto il resto viene gettato nella spazzatura.

I danni ambientali dello spreco alimentare

Lo spreco alimentare non costituisce solo un problema etico, ma provoca anche grandi danni economici ed enormi danni ambientali.

Non solo per la perdita delle risorse usate per produrre il cibo sprecato, ma soprattutto per le emissioni collegate alla sua trasformazione e distribuzione, prima fra tutte la CO2. La FAO stima che lo spreco alimentare mondiale produca emissioni di gas serra annue pari a circa 3,3 miliardi di tonnellate di CO2 equivalente. Di tutte le emissioni di gas climalteranti, l’8-10% circa è legato proprio alla filiera del cibo che finisce nella pattumiera. In pratica, se lo spreco alimentare fosse uno stato, sarebbe quindi il terzo Paese dalle emissioni più alte dopo Stati Uniti e Cina.

Senza dimenticare gli ulteriori costi economici e ambientali per raccogliere gli scarti alimentari e smaltirli. Soprattutto se i rifiuti, come gli imballaggi di plastica, vengono dispersi nell’ambiente in modo non corretto.

Il problema quindi è complesso, ma esistono molte soluzioni per provare a ridurlo. Dal cambio delle strategie di acquisto e di consumo, all’introduzione di nuove norme che permettano una più facile distribuzione delle eccedenze o del cibo vicino alla scadenza negli scaffali dei supermercati, fino alla diffusione dell’abitudine di portare a casa quello che avanza al ristorante.

Lo spreco alimentare è entrato anche nell’Agenda Onu 2030, con l’obiettivo di dimezzarlo entro i prossimi cinque anni. Si tratta di una sfida ambiziosa, ma non impossibile.