Alcuni passi avanti, una grande lacuna. È l’esito della COP30, la Conferenza delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico che si è tenuta dal 10 al 21 novembre in Brasile, a Belém.
Il passo avanti è la firma unanime del Global Mutirao Decision, un documento che, tra le altre cose, riconosce l’insufficienza degli impegni attuali per centrare il grande obiettivo delle COP, fissato sin dagli Accordi di Parigi: mantenere il riscaldamento globale entro 1,5 gradi rispetto ai livelli preindustriali. Fanno parte del pacchetto d’intesa anche il Global Implementation Accelerator e la Belém Mission to 1.5, che prevede l’avvio di nuovi processi per accelerare la transizione energetica.
Combustibili fossili senza roadmap
Se in linea generale c’è un progresso formale, anche in virtù dell’approvazione all’unanimità, emerge una grande debolezza: il testo non cita i combustibili fossili e non definisce una roadmap per il loro progressivo abbandono. In sostanza, si fissa il traguardo ma non si indicano le tappe più importanti per raggiungerlo. È stata quindi ignorata la richiesta di 80 Paesi, inclusi quelli dell'America Latina e dell'UE, che puntavano proprio a puntellare il percorso con termini e date più definiti. Prevale invece la linea dei grandi produttori, come Arabia Saudita, Russia e India, oltre a quella degli Stati Uniti, che non hanno partecipato alla COP30 perché non riconoscono gli Accordi di Parigi e sono quindi di fatto contrari a intese comuni.
Manca anche una roadmap per limitare la deforestazione. Un’altra lacuna non da poco, considerando che la Conferenza si è tenuta in un luogo che avrebbe dovuto essere anche un simbolo: Belém è alle porte dell’Amazzonia.
Il WWF ha parlato di “piccole vittorie” e “vuoti”. L'Alleanza dei Piccoli Stati Insulari (AOSIS), che riunisce 39 Paesi su coste e isole esposti all’innalzamento dei mari, ha definito l’accordo “imperfetto”, sottolineando comunque che si tratta pur sempre di un "progresso".
Le misure finanziarie della COP30
La Global Mutirao Decision fissa l’obiettivo di stanziare almeno 1300 miliardi di dollari l’anno per accelerare la transizione, triplicando entro il 2035 i fondi rispetto al 2019. Si tratta, anche in questo caso, di un passo avanti che però non centra l’obiettivo iniziale: i Paesi meno sviluppati avevano chiesto sì di triplicare le risorse, ma entro un orizzonte più breve (il 2030) e rispetto al presente (il 2025).
L’accordo prevede che la maggior parte dei costi sia a carico dei Paesi sviluppati, incaricati di trasferire almeno 300 miliardi l’anno a quelli meno sviluppati come “compensazione” dei costi di transizione.
Commercio: la postilla cinese
Nel testo dell’accordo c’è un riferimento che pare arrivare da Pechino. Le misure per combattere il cambiamento climatico, “non dovrebbero costituire uno strumento arbitrario o ingiustificabile di discriminazione o una restrizione mascherata al commercio internazionale". Più volte la Cina aveva sollevato il tema, convinta che il tema ambientale venga utilizzato come arma per limitare gli scambi e penalizzare alcuni grandi Paesi produttori. Una sorta di “protezionismo climatico”.