I rider, la gig economy e il mercato del lavoro

Guida alla finanza 4 minuti di lettura
Dal dibattito italiano alla direttiva europea, fino alle inchieste della Procura di Milano.

Anche se la gig economy coinvolge numerosi lavoratori, dagli addetti alle pulizie fino agli autisti, il simbolo di questa fetta di economia sono i rider delle consegne a domicilio.

Ma quella che veniva definita “economia dei lavoretti” per molti nel tempo si è trasformata in un lavoro vero, mediato da piattaforme e algoritmi, cosa che sta via via facendo sorgere nuove esigenze di regolamentazione e tutele per i lavoratori.

Il ruolo dei rider nella gig economy

In sella alle bici, con gli zaini colorati in spalla, i rider sono diventati il simbolo di questa modalità di lavoro organizzata per task, mansioni, assegnate dalla piattaforma. I fattorini, nella maggior parte dei casi, non hanno contratti di lavoro, ma operano come lavoratori autonomi, pagati per consegna.

Nella fase iniziale, quando le società del food delivery sono arrivate in Italia, il lavoro dei rider era svolto soprattutto da cittadini italiani attratti da una forma di attività nuova, da usare con grande flessibilità per compensare altri redditi o parallelamente agli studi.

Con la crescita del mercato e la pandemia da COVID -19, però, il profilo prevalente di questi lavoratori è diventato quello di persone con background migratorio, dipendenti da quel reddito e con difficoltà economiche. E i rapporti di lavoro sono passati dalle prime collaborazioni coordinate e continuative retribuite anche sul tempo di disponibilità a forme di lavoro autonomo occasionale pagate a cottimo.

Autonomi o subordinati?

Una delle domande sorte è stata quindi se questi lavoratori fossero autonomi o subordinati. E su questo si sono espresse diverse sentenze dei tribunali italiani. Si è inoltre provato a individuare per i rider un contratto collettivo nazionale che potesse contenerli, nello specifico quello della logistica, ma non ha funzionato.

Finora, in Italia, una sola aziendaha sottoscritto un contratto per i suoi rider inquadrandoli come dipendenti. Mentre tra l’associazione che riunisce le aziende di food delivery, AssoDelivery, ha firmato con il sindacato Ugl un contratto che li inquadra come autonomi.

In questo contesto, si è parlato anche diuberizzazionedel lavoro, dal nome del colosso Uber che tra i primi sperimentò il lavoro tramite piattaforma senza contratti subordinati e con il lavoro gestito dall’algoritmo senza alcuna mediazione umana, con pagamento per prestazione.

Indagini sul lavoro dei rider

Sul settore di recente è intervenuta anche la Procura di Milano, che ha imposto il controllo giudiziario su due note società di food delivery,  ipotizzando il reato di caporalato e sfruttamento lavorativo a danno dei rider.

I rider, spesso migranti, riceverebbero compensi molto bassi, al di sotto della soglia di povertà, con turni di lavoro lunghi. Nell’inchiesta viene anche ipotizzato che i rider non siano lavoratori autonomi, ma lavoratori subordinati, soggetti a un controllo gerarchico e digitale da parte delle piattaforme. I pm di Milano parlano di «una gestione algoritmica della prestazione» o subordinazione digitale, una novità che interroga anche i giuslavoristi.

Direttiva UE sul lavoro nelle piattaforme digitali

Nel 2024 è stata approvata una direttiva europea per garantire migliori condizioni di lavoro ai lavoratori delle piattaforme digitali, che ora deve essere recepita dagli Stati membri entro dicembre 2026.

La direttiva stabilisce dei criteri chiari per distinguere tra lavoratori autonomi e dipendenti. Le piattaforme dovranno garantire una maggiore trasparenza nella gestione algoritmica, dichiarare regolarmente il numero di lavoratori impiegati e la loro situazione contrattuale.

Il futuro del lavoro: automazione e robot delivery

Negli Stati Uniti, dove la platform economy ha creato gli stessi interrogativi e le stesse tensioni sulle tutele di driver e fattorini, le piattaforme stanno sperimentando la formula dell’automazione, con l’utilizzo di robot-rider per le consegne del cibo, anche se al momento solo su distanze più brevi o in spazi controllati come i campus universitari.