Non accenna a placarsi la tensione sullo stretto di Hormuz, condizionando sia le stime di crescita globale, sia le mosse di BCE e FED, preoccupate per le possibili ripercussioni sui prezzi. Luglio è stato anche il mese clou dei mondiali di calcio: una competizione che mai come in questa edizione è stata anche un successo finanziario.
Hormuz, la tensione continua
La tensione nello stretto di Hormuz continua. Gli Stati Uniti sono tornati ad attaccare in modo massiccio l’Iran, che ha risposto uccidendo due soldati USA di stanza in Giordania. I Guardiani della rivoluzione hanno annunciato che due petroliere sono state intercettate e bloccate dopo aver preso fuoco – probabilmente a causa delle mine - mentre tentavano di attraversare lo stretto senza autorizzazione.
Secondo quanto riportato da Reuters, i mediatori hanno proposto a Stati Uniti e Iran una tregua di dieci giorni, nel tentativo di rilanciare l’accordo provvisorio, firmato lo scorso giugno. Dopo alcuni giorni di sosta, però, nella notte tra il 28 e il 29 luglio l’Iran ha nuovamente attaccato una base USA in Giordania e tre petroliere che transitavano nello stretto.
BCE e FED lasciano i tassi di interesse invariati
La Banca Centrale Europea, come da previsioni, ha lasciato i tassi di riferimento invariati. La decisione, ha spiegato la presidente Christine Lagarde, “è stata unanime”, anche se a Francoforte è emersa una prima discussione sull’opportunità di un nuovo rialzo.
I mercati guardano quindi a possibili ritocchi al rialzo entro la fine dell’anno. Nulla però è scontato, visto il quadro complesso. Da una parte, infatti, c’è un’economia europea ancora debole; dall’altra le preoccupazioni inflattive legate al conflitto in Medio Oriente (con ripercussioni sui costi dell’energia) e alla crisi climatica (con impatti sui prezzi alimentari).
Stessa decisione ma pareri più contrastati per la FED. I tassi sono rimasti fermi, ma tre membri del board su 12 avrebbero preferito un rialzo, per raffreddare un’inflazione oltre il target del 2%. La discussione sarebbe stata piuttosto animata: il presidente della Federal Reserve Kevin Warsh l’ha definita “una lite di famiglia”.
Le nuove stime del FMI sulla crescita globale
Il Fondo Monetario Internazionale (FMI) ha pubblicato l’aggiornamento del World Economic Outlook. Rispetto al semestre precedente, non ci sono grandi scostamenti. Il PIL globale è previsto in crescita del 3% nel 2026 (con un ritocco al ribasso dello 0,1% rispetto alla proiezione precedente) e del 3,4% nel 2027 (con una correzione al rialzo dello 0,2%).
Tra le principali economie europee, quella italiana registra le stime più deboli, con una crescita (confermata) dello 0,5% sia per quest’anno sia per il prossimo. Le prospettive globali, spiega il FMI,sono disomogenee: “Lo shock bellico pesa sui Paesi importatori di energia e sulle economie vulnerabili, mentre la domanda trainata dall’Intelligenza Artificiale sta sostenendo i Paesi integrati nella catena del valore tecnologica globale”.
Quale è stato l’impatto della Coppa del Mondo sull’economia?
I Mondiali di calcio non sono solo un evento sportivo. Sono anche un gigantesco propulsore economico. Secondo Il Sole 24 Ore, hanno portato nelle casse della FIFA (la Federazione internazionale che organizza la Coppa del Mondo e ne detiene i diritti) 11,5 miliardi di dollari. La cifra è praticamente raddoppiata rispetto ai Mondiali in Qatar del 2022.
L’exploit si deve al nuovo format: l’ampliamento a 48 squadre, oltre ad allungare i tempi dell’evento e ad aumentare il numero di partite (104), ha spinto i ricavi. Ma non è solo una questione di partecipazione. La FIFA è riuscita a monetizzare come mai prima i diritti, in tv e sulle piattaforme di streaming, ma anche sui social media. E ha fatto fruttare i biglietti, grazie a un sistema di offerta dinamica. In sostanza, un po’ come avviene sui voli aerei, il prezzo del posto allo stadio variava in base alla domanda. I biglietti della finale sono arrivati a costare 11mila dollari, senza contare le rivendite (il cosiddetto secondary ticketing), che negli Stati Uniti e in Canada sono legali e regolamentate.
Demografia UE: popolazione in calo e cittadini sempre più anziani
Entro il 2100 la popolazione europea tornerà ai livelli degli anni Settanta. Lo afferma la Commissione UE nel suo terzo rapporto sulla trasformazione demografica. La popolazione dovrebbe essere, proprio in questo momento, al suo picco: 450,6 milioni di abitanti. Nel 2050, dovrebbe calare a 445 milioni di individui, per poi scende sotto quota 400 milioni (398,8) entro il 2100, pari a un calo dell’11,7% rispetto ai livelli attuali. La flessione si deve a una natalità in frenata, che viene compensata solo in parte da una vita più lunga.
Nel 2024, l’aspettativa alla nascita è stata di 81,5 anni. Entro il 2050, quasi un terzo dei residenti dell'UE avrà 65 anni o più (oggi la quota è uno su cinque oggi) ed entro il 2100 l’aspettativa di vita potrebbe arrivare a 86 anni per gli uomini e a 90 per le donne. Meno abitanti e più anziani: un quadro demografico che, spiega la Commissione, comporta “sfide per il mercato del lavoro, la sanità, i sistemi di assistenza e le finanze pubbliche”.