Mentre le negoziazioni per raggiungere la pace in Ucraina entrano nel vivo, la COP30 raggiunge un accordo unanime ma da più parti ritenuto al ribasso. La FED si avvicina a una riunione fondamentale con la benda sugli occhi. E l’incertezza pesa anche sulle criptovalute. In casa Italia, invece, si festeggia la promozione dell’agenzia di rating Moody’s.
Gli accordi della COP30
Dal 10 al 21 novembre, si è tenuta a Belém, in Brasile, la Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. Ne è uscito un accordo zoppicante, con alcune note positive e una grande mancanza. Di buono c’è che il documento d’intesa, la Global Mutirao Decision, è stato firmato all’unanimità, ha confermato l’obiettivo di mantenere il riscaldamento globale entro 1,5 gradi rispetto ai livelli preindustriali e ha preso atto della necessità di accelerare gli interventi. Manca però una roadmap sull’abbandono dei combustibili fossili, che era stata chiesta, tra gli altri, dai Paesi dell’America Latina e dell’UE: una lacuna che rischia di rallentare gli investimenti nella transizione energetica, di aumentare l’incertezza per imprese e mercati e di lasciare irrisolto il nodo dei costi economici associati al cambiamento climatico.
Moody’s alza il rating dell’Italia
Moody’s ha alzato il rating dell’Italia a Baa2. Già lo scorso maggio, l’agenzia di rating aveva offerto un segnale positivo, muovendo l’outlook da stabile a positivo. Adesso però ha sancito una promozione che non si verificava da 23 anni. L’ultimo upgrade era stato infatti nel 2002. Il passaggio a Baa2 significa l’allontanamento dei BTP dalla zona grigia degli investimenti: la valutazione precedente, Baa3, è infatti il confine che separa l’investment grade (cioè i titoli più solidi) dal non investment grade (cioè i titoli ritenuti speculativi). L’agenzia ha apprezzato il rigore di bilancio, con il ritorno dell’avanzo primario e l’uscita anticipata dalla procedura d’infrazione UE sui disavanzi eccessivi.
Negoziati Ucraina-Russia: verso un accordo che ridisegna equilibri geopolitici ed economici europei
Continuano i negoziati per la pace in Ucraina. Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha parlato di un “accordo vicino”. La prima versione della proposta era composta da 28 punti, decisamente sbilanciati in favore di Mosca (ad esempio, con l’annessione del Donbass). Dopo l’intervento dell’UE e i colloqui di Abu Dhabi, i punti sono stati ridotti a 19. Si confermano alcune concessioni territoriali alla Russia, ma con negoziati che prendono come punto di riferimento l’attuale linea del fronte. Viene rivista anche la definizione dei futuri assetti internazionali: Mosca dovrebbe rientrare nel G8 e Kiev fare il suo ingresso nell’UE, ma rimane in stand by questione relativa al possibile ingresso dell’Ucraina nella NATO.
A livello economico, le parti avrebbero discusso anche delle implicazioni sull’approvvigionamento energetico europeo, sugli scambi commerciali e sulla stabilità dei mercati, elementi ritenuti cruciali per un ritorno alla normalità nelle relazioni internazionali.
Bitcoin in discesa
Periodo di forte ritracciamento per la principale valuta digitale (e per il mercato cripto in generale). Bitcoin ha perso circa un quinto della propria capitalizzazione rispetto ai massimi di inizio ottobre. Il 21 novembre è tornato alla soglia degli 80mila dollari, ossia ai livelli dello scorso aprile. Pesano le prese di profitto di alcuni grandi investitori, le tensioni geopolitiche e l’andamento dei mercati azionari, con il quale Bitcoin continua a mostrare segni chiari di correlazione. C’è poi il tema dell’incertezza normativa, con il Digital Asset Market Clarity Act statunitense, che dovrebbe dare una cornice più chiara ai beni digitali, ancora bloccato al Senato.
FED, decisione “al buio”
Il prossimo meeting della FED si terrà il 9 e 10 dicembre. È molto atteso, perché segnerà una direzione più definita e perché, a differenza di quanto avvenuto nelle ultime riunioni, ha un esito tutt’altro che scontato. La banca centrale statunitense dovrà infatti decidere se proseguire nell’allentamento monetario o prendersi una pausa. E dovrà farlo “al buio”, ossia con una quantità di dati a disposizione limitata. Anche se lo shutdown è finito, infatti, il suo effetto si fa ancora sentire: alcuni dati che orientano la politica monetaria verranno pubblicati in ritardo o non verranno pubblicati affatto, riducendo la quantità di informazioni che la FED avrà a disposizione. Tra tutti, mancherà il dato sui prezzi al consumo: quello di ottobre non è stato pubblicato e quello di novembre verrà rivelato solo il 18 dicembre, quando il FOMC avrà già preso la sua decisione sui tassi.