Quali saranno le professioni del futuro?

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La tecnologia non è l’unico fattore che sta cambiando radicalmente il mondo del lavoro. La digitalizzazione accelera, ma la trasformazione coinvolge anche altre competenze

Quando si pensa all’evoluzione del lavoro, si guarda subito all’evoluzione tecnologica. Vero: è senza dubbio un fattore chiave. Ma la perdita di posti in alcuni settori e la crescita in altri, così come le competenze e le professionalità più richieste, sono il risultato di una serie di trasformazioni. Non solo tecnologiche, ma anche demografiche, ambientali e geopolitiche.

I trend che stanno trasformando il lavoro

Secondo l’ultima edizione del report The Future of Jobs, pubblicato dal World Economic Forum, ci sono cinque driver che cambieranno il mondo del lavoro da qui al 2030.

Il primo fattore, e anche quello di maggiore impatto, è la digitalizzazione, sempre più estesa e pervasiva. La maggior parte delle attività sarà interessata da un cambiamento radicale, trainato in particolare dall’Intelligenza Artificiale, dalla robotica, dall’automazione e dai nuovi sistemi per la produzione e l’accumulo di energia.

Il secondo fattore trasformativo è l’aumento del costo della vita, associato a un probabile rallentamento economico. Un panorama non certo semplice, che, secondo il rapporto del WEF, dovrebbe sostenere l’apprezzamento per competenze come pensiero creativo e flessibilità.

L’esigenza di mitigare il cambiamento climatico alimenterà la domanda di figure professionali con competenze nel campo delle energie rinnovabili e dei veicoli elettrici.

Sul futuro del lavoro incidono poi le tendenze demografiche. L’invecchiamento della popolazione nei Paesi sviluppati stimola la domanda in ambito sanitario (dai medici agli infermieri), mentre l’espansione della popolazione attiva nei Paesi in via di sviluppo aumenta la richiesta di ruoli legati all’istruzione, come docenti e formatori.

Anche la frammentazione e le tensioni geopolitiche avranno ripercussioni, perché, prevede il rapporto, sono destinate a essere una costante nei prossimi anni.

Da una parte, le filiere produttive tenderanno a essere più controllate e meno globali; dall’altra emergono nuovi rischi, che rafforzano il bisogno di specialisti in materia di reti e sicurezza informatica.

I lavori emergenti

Questi cinque macro-trend si trasferiscono, in modo molto pratico, sulle offerte di impiego. I cinque lavori che, a livello globale, registreranno la maggiore crescita al 2030 sono big data specialist (la cui domanda dovrebbe raddoppiare), ingegneri fintech, AI e machine learning specialist, sviluppatori di software e security manager.

Allo stesso tempo, ci sono lavori la cui richiesta sta calando e calerà in modo drastico.

È il caso di impiegati postali, bancari, addetti al data entry, cassieri e addetti alla biglietteria, assistenti amministrativi. È evidente, in questi casi, quanto sia forte l’impatto della digitalizzazione e dell’Intelligenza Artificiale, in grado di snellire alcuni processi e sostituire alcune mansioni ripetitive.

Le mansioni più richieste

Osservando solo i lavori a più rapida crescita, però, si ha un quadro parziale. Per completarlo, è necessario guardare anche le mansioni in termini assoluti. In questo caso, il peso dell’avanguardia tecnologica diminuisce, dando conto della trasformazione o della tenuta anche di segmenti più tradizionali.

Contando i lavoratori in milioni di unità, la crescita della domanda riguarda infatti l’agricoltura, il trasporto con mezzi leggeri (per la logistica e la delivery), gli sviluppatori di software, gli operai edili e gli addetti alle vendite.

Ci sarà quindi, anche se in un panorama totalmente diverso, grande richiesta di lavoratori specializzati in mansioni manuali, a conferma di quanto l’evoluzione sia più complessa di una semplice contrapposizione tra uomo e macchina.

L’importanza delle soft skill

Di sicuro c’è che il panorama delle competenze fondamentali richieste dal mercato del lavoro avrà un impatto su una gamma molto ampia di mansioni.

Secondo il WEF, i lavoratori interessati saranno il 39% a livello globale entro il 2030 (il 38% in Italia), ma con picchi che sfiorano il 50% in Egitto e Zimbabwe.

Contrariamente a quanto si tende a pensare, non si tratta solo di competenze tecniche. La classifica delle più richieste è popolata da ambiti che fanno capo alle tecnologie emergenti (o già emerse), ma oltre la metà della top ten è appannaggio delle cosiddette “soft skill”.

Si tratta di competenze umane e relazionali ancor prima che specialistiche. In cima, infatti, ci sono Intelligenza Artificiale e big data, reti e cybersecurity, alfabetizzazione tecnologica. Ma alle loro spalle ci sono pensiero creativo, resilienza, flessibilità e agilità, curiosità e apprendimento continuo, leadership, talent management, pensiero analitico e tutela ambientale. Cioè competenze non cristallizzate ma capaci di adattarsi a un mondo che viaggia a un ritmo molto più veloce dei tradizionali percorsi formativi.