Gender pay gap: il vero divario salariale in Italia

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Alcuni dati sembrano offrire un quadro confortante. La realtà, però, è ben diversa. La distanza tra i generi è ancora ampia, con conseguenze negative su lavoro, pensioni e crescita.

Il divario di genere si legge nelle retribuzioni. Si chiamagender pay gap” e, in sostanza, vuol dire che le donne guadagnano meno degli uomini. Alcuni dati potrebbero far pensare a differenze contenute. Le statistiche vanno però soppesate e interpretate, perché il peso del divario è in realtà significativo, riflettendosi non solo sui redditi ma anche sulle pensioni e sull’economia del Paese.

Il divario tra statistiche e realtà

Secondo i più recenti dati Eurostat, relativi al 2023 e riportati di recente alla Camera dalla ministra del Lavoro e delle Politiche Sociali Marina Elvira Calderone, in Italia il divario salariale di genere è di 4,3 punti percentuali, circa un terzo della media europea, che arriva al 12,7%.

L’ISTAT, nel suo rapporto “La struttura delle retribuzioni in Italia”, conferma, seppur con un divario leggermente superiore: secondo gli ultimi dati, raccolti nel 2022 e pubblicati nel gennaio 2025, il gender pay gap si attesta al 5,6%

Si tratta però di una distorsione statistica che attenua un problema dalle dimensioni molto maggiori. Il divario cui fanno riferimento Eurostat e ISTAT è infatti “su base oraria”. In questo caso, la distanza tra retribuzione di uomini e di donne si assottiglia, per diversi motivi. C’è l’incidenza del lavoro pubblico, che ha, per ragioni contrattuali, meno disparità rispetto al privato. E poi c’è il tema della composizione del lavoro: la quota di occupazione femminile è molto minore rispetto a quella degli uomini (53% contro 71% tra i 15 e i 64 anni).

In percentuale, tendono ad accedere stabilmente al mercato del lavoro le donne con livelli di istruzione più alti, che possono quindi ambire a stipendi maggiori. Il divario in termini di paga oraria, in questo modo, si accorcia. Ma non è l’unico parametro che misura il gender pay gap.         

Gender pay gap: il divario reale oltre la paga oraria

Oltre al guadagno orario ci sono altre variabili da prendere in considerazione. Incide in modo significativo il cosiddetto part-time involontario. Il peso delle incombenze familiari, che si tratti di figli o di assistenza nei confronti di genitori o altri parenti, ricade ancora, in gran parte, sulle donne. Sia per questioni culturali che di costo-opportunità (in un classico circolo vizioso, tende a rinunciare chi guadagna meno), sono molto più spesso le donne a percorrere alternative al tempo pieno. In sostanza, il divario di paga oraria è basso, ma le ore lavorate sono molte meno.

Ad acuire il problema c’è la scarsa partecipazione femminile ad alcuni settori (come quelli tecnico-scientifici) che, soprattutto negli ultimi anni, sono caratterizzati da domanda e remunerazioni più elevate della media. Anche in questo caso, il divario arriva da lontano, visto che, nonostante i recenti passi avanti, i percorsi di formazione STEM (Scienza, Tecnologia, Ingegneria e Matematica) sono battuti in prevalenza dai maschi.

C’è poi il tema del cosiddetto “soffitto di cristallo”: una barriera invisibile che impedisce alle donne di accedere a ruoli apicali, con un impatto conseguente sulle retribuzioni.

Considerando questi ostacoli, la realtà che emerge è molto lontana dal gap raccontato dalla sola paga oraria. Quella giornaliera offre già un quadro più attendibile: secondo il Rendiconto di genere dell'Inps, riferito a dati del 2024, gli uomini guadagnano in media 111,25 euro al giorno, contro gli 82,63 euro delle donne. Da questa prospettiva, il gender pay gap in Italia sale al 25,73%.

Dal divario salariale a quello delle pensioni

Il divario si innesta in un sistema nel quale, come detto, le donne lavoratrici sono molte meno. Non percepire reddito non rientra nelle statistiche sul pay gap, ma è chiaro che l’assenza di guadagno allarga ulteriormente le distanze e condiziona l’indipendenza (finanziaria e tout court) femminile, attuale ma anche futura. Sì, perché il divario salariale si trasforma in divario pensionistico.

Buste paga più leggere, carriere più frammentate, part-time e scarsa partecipazione al mercato del lavoro portano fisiologicamente ad assegni più bassi. Secondo Eurostat, nel 2024 il gender pension gap in Italia è stato del 28,6%, più alto rispetto alla media UE del 24,5%.

In pratica, la pensione media degli uomini è superiore di oltre un quarto rispetto a quella delle donne.

Effetti del divario salariale sul PIL

Il problema dei divari non riguarda solo gli individui: rappresenta infatti un ostacolo alla crescita e alla sostenibilità dell’intero sistema economico. Anzitutto, comporta una dispersione di talento e forza lavoro. In un contesto lavorativo e salariale poco equo, la partecipazione attiva delle donne viene scoraggiata, con la conseguente perdita di risorse preziose per alimentare il mercato e sostenere la produttività.

Se le donne percepiscono redditi inferiori, dispongono anche di un minore potere d’acquisto, con effetti negativi sui consumi complessivi, sia a livello individuale sia familiare.

Senza dimenticare il tema delle pensioni: le donne, anche in virtù di un’aspettativa di vita più elevata, sono maggiormente esposte al rischio di ricevere assegni insufficienti a coprire i bisogni essenziali. Questo comporta un maggiore ricorso alle risorse pubbliche destinate all’assistenza, che potrebbero essere impiegate in altri ambiti.

Esiste dunque un legame chiaro tra divario salariale e salute economica. Una stima della Commissione europea quantifica questo impatto: a ogni riduzione dell’1% del pay gap corrisponde un aumento dello 0,1% del PIL.