Il mercato dei buoni pasto, tra vantaggi fiscali e criticità

Mercati e investimenti 4 minuti di lettura
Il DDL concorrenza del 2024 ha introdotto un tetto del 5% come commissione massima applicabile dalle società emettitrici, aumentando i margini per gli esercenti.

I buoni pasto sono uno degli strumenti di welfare aziendale più diffusi in Italia. Nati per garantire ai lavoratori un sostegno economico per il pasto durante la giornata lavorativa, nel tempo hanno assunto un ruolo sempre più strategico nella gestione delle politiche retributive delle imprese, creando un ampio mercato di società emettitrici ed esercenti convenzionati.

Anche in assenza di una mensa aziendale, per molte imprese, soprattutto di piccole e medie dimensioni, rappresentano la soluzione più semplice per garantire un sostegno al pasto.

Secondo l’indagine BVA Doxa per l’Osservatorio Welfare 2025 di Edenred, quattro dipendenti su dieci del campione ricevono i buoni pasto dalla propria azienda. Le stime di Satispay parlano di un valore di mercato intorno ai 3,5-4 miliardi di euro all’anno, con 3 milioni di dipendenti coinvolti, tra settore pubblico e privato.

I vantaggi dei buoni pasto per le aziende e i dipendenti

Per le aziende, i buoni pasto costituiscono uno strumento flessibile di welfare che consente di integrare la retribuzione dei dipendenti senza incrementare in misura equivalente il costo del lavoro.

Secondo la norma vigente, i buoni pasto sono esenti da imposte e contributi fino a 10 euro al giorno per quelli elettronici e 4 euro al giorno per i cartacei. L’eventuale importo eccedente concorre invece alla formazione del reddito di lavoro dipendente ed è assoggettato a tassazione e contribuzione. Il costo sostenuto dall’impresa per l’acquisto dei buoni pasto è interamente deducibile.

Inoltre, il valore dei buoni pasto non concorre alla formazione del reddito di lavoro dipendente e non costituisce imponibile contributivo. L’azienda evita il carico contributivo che graverebbe su un corrispondente aumento in busta paga, mentre il lavoratore riceve un beneficio che va ad aumentare di fatto il netto della sua busta paga senza pagare tasse della retribuzione tradizionale. Aumenta dunque il potere d’acquisto del lavoratore, tanto più che la maggior parte dei buoni pasto sono utilizzabili anche al supermercato, nei negozi convenzionati o nelle app per il food delivery, e non solo in bar e ristoranti durante la pausa di lavoro.

La progressiva diffusione dei buoni elettronici ha infatti reso più semplice e immediato il loro utilizzo, favorendone la capillarità. Oggi in Italia la rete di accettazione è vastissima e conta oltre 150.000 punti vendita tra bar, ristoranti, supermercati e negozi di alimentari.

Come funziona il sistema?

Il circuito dei buoni pasto si basa sull’interazione tra quattro soggetti: il datore di lavoro, il dipendente, la società emettitrice e l’esercente.

L’azienda acquista i buoni dall’emettitore e li distribuisce ai propri dipendenti come benefit. Il lavoratore li utilizza presso gli esercizi convenzionati per acquistare pasti o generi alimentari. Successivamente, l’esercente richiede il rimborso all’emettitore, che liquida l’importo trattenendo una commissione.

Questo modello consente alle imprese di esternalizzare la gestione del servizio e agli esercenti di accedere a una clientela fidelizzata. Allo stesso tempo, le società emettitrici svolgono un ruolo centrale nell’organizzazione della rete convenzionata, nella gestione dei pagamenti e nello sviluppo delle piattaforme tecnologiche che sostengono il sistema.

Il nodo delle commissioni

Uno degli aspetti più discussi, però, riguarda il livello delle commissioni applicate agli esercenti. In particolare, le associazioni di categoria del commercio e della ristorazione evidenziano da tempo come le trattenute possano incidere significativamente sulla marginalità.

Per alcuni operatori, soprattutto quelli di dimensioni più ridotte, il peso economico può risultare rilevante e influenzare la convenienza ad accettare i buoni pasto. Da parte loro, le società emettitrici sottolineano che queste commissioni finanziano l’intero funzionamento del sistema, comprese le infrastrutture digitali, l’assistenza e la gestione amministrativa.

Il DDL Concorrenza del 2024 ha introdotto un tetto massimo del 5% nella commissione che una società emettitrice può applicare all’esercente sul valore nominale del buono pasto. Questo limite è stato introdotto per ridurre i costi sostenuti da bar, ristoranti, supermercati e altri esercizi convenzionati.

Per fare un esempio, su un buono pasto da 10 euro, la commissione massima 0,50 centesimi di euro. E l’esercente incassa quindi almeno 9,50 euro. Precedentemente, invece, le società potevano applicare commissioni anche fino al 20%. Questo era uno dei motivi per cui molti esercenti sceglievano di non accettare i buoni pasto.