IRPEF, addizionali, contributi. Orientarsi nel sistema fiscale italiano non è semplice. A partire da marzo, poi, i lavoratori dipendenti (tutti, indipendentemente dal settore) vedono una riduzione degli stipendi netti rispetto alle buste paga precedenti. Niente paura: non si tratta di una nuova tassa ma di un incrocio tra saldi e acconti. Vediamo come funziona.
Le tasse sugli stipendi
Partiamo dalla tassa che più incide sulla differenza tra stipendio lordo e netto: l’IRPEF, l’Imposta sul Reddito delle Persone Fisiche. Risponde a un sistema di tassazione cosiddetto progressivo: in sostanza, la percentuale da versare al Fisco aumenta con la crescita del reddito da lavoro. Per il 2025, sono in vigore tre scaglioni:
- con un reddito imponibile fino a 28.000 euro lordi l’anno, l’aliquota è del 23%;
- sale al 35% per i redditi tra i 28.000 e i 50.000 euro;
- arriva al 43% per quelli superiori ai 50.000 euro.
Il passaggio di scaglione si intende sempre per la quota di reddito eccedente. Vuol dire, ad esempio, che chi guadagna 35.000 euro l’anno pagherà il 23% su 28.000 euro e il 35% solo sui restanti 7.000.
L’addizionale regionale
C’è poi il prelievo da destinare all’INPS. Incide in modo consistente sul netto perché viene trattenuto dal datore di lavoro, ma non è classificabile come tassazione, visto che si tratta di un contributo per la futura pensione.
E qui arriviamo al motivo che riduce la busta paga da marzo: le addizionali IRPEF. La prima è regionale: viene fissata, a livello nazionale, un’aliquota di base dell’1,23%. Le singole Regioni possono però ridurla, individuare condizioni specifiche (come scaglioni di reddito) o aumentarla (fino al 3,33%). Le addizionali regionali vengono trattenute, a titolo di saldo per l’anno precedente, sulle buste paga da gennaio a novembre.
L’addizionale comunale
Oltre alle Regioni, anche i Comuni hanno la loro addizionale. Lo Stato fissa il tetto massimo, allo 0,8% del reddito imponibile, con alcune eccezioni (a Roma, ad esempio, è dello 0,9%). I Comuni possono ridurre l’addizionale, ma non aumentarla oltre i limiti di legge. Attenzione ai tempi: l’addizionale comunale viene trattenuta in parte in saldo (da gennaio a novembre), in parte in acconto (da marzo a novembre).
Perché gli stipendi si riducono?
Ricapitolando le scadenze:
- l’addizionale regionale e il saldo dell’addizionale comunale si pagano da gennaio a novembre;
- l’acconto dell’addizionale comunale da marzo a novembre.
La busta paga di dicembre (priva di addizionali) sarà quindi la più alta dell’anno. Lo stipendio netto di gennaio e febbraio sarà inferiore rispetto a quello di dicembre, ma superiore rispetto a quello dei mesi successivi. È una questione di sovrapposizione. Da marzo a novembre si applicano tutti e tre i prelievi previsti: addizionale regionale, acconto e saldo di quella comunale.
Conti in tasca
Ma di che cifre parliamo? Naturalmente, in termini assoluti il prelievo aumenta di pari passo con lo stipendio. E vanno poi considerate le differenze geografiche. Facciamo l’esempio di un lavoratore con residenza fiscale a Roma che percepisce 30.000 euro lordi l’anno. Nel Lazio, l’addizionale regionale è dell’1,4%. Al lavoratore verranno quindi trattenuti 420 euro, distribuiti in 11 rate (da gennaio a novembre) da poco più di 38 euro.
Roma ha poi un’addizionale comunale dello 0,9%, per una trattenuta annua complessiva di 270 euro. Viene assorbita per il 70% a saldo tra gennaio e novembre (poco più di 17 euro al mese) e per il 30% in acconto (9 euro al mese) da marzo a novembre.
Oltre all’IRPEF, il calendario delle addizionali porta quindi ad avere uno stipendio “pieno” solo a dicembre. A gennaio e febbraio c’è un prelievo di 55 euro. Da marzo a novembre, il lavoratore deve contare altri 9 euro al mese in meno (cioè 64 in meno di dicembre).
Si tratta di una calendarizzazione prevedibile, che non riserva sorprese. I dipendenti possono quindi programmare alcune spese in modo da ammortizzare i prelievi nei mesi più onerosi dal punto di vista fiscale.