Salario minimo: all’Italia servirebbe?

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Attualmente il 77% dei Paesi OCSE l’ha introdotto, l’Italia è uno dei sei Paesi europei a non averlo. Scopriamo come funziona il salario minimo e approfondiamo quali vantaggi e svantaggi può portare.

Da alcuni anni è entrato anche nel dibattito economico e politico italiano il salario minimo, cioè la misura che stabilisce una retribuzione oraria o mensile al di sotto della quale un datore di lavoro non può scendere per pagare i propri dipendenti. Scopriamo come funziona, quali vantaggi e svantaggi può portare e qual è la situazione negli altri Paesi.

Come funziona il salario minimo?

Ci sono due modi per introdurre il salario minimo: può essere stabilito per legge, quindi si parla di salario minimo legale, oppure tramite accordi collettivi tra organizzazioni sindacali e datori di lavoro, in questo caso viene definito salario minimo contrattuale. Il livello del salario minimo viene definito in base a diversi fattori, tra cui il costo della vita, l'inflazione, la produttività e le condizioni economiche generali del Paese.

In genere, quando viene introdotto in un Paese, il salario minimo viene esteso a tutti i lavoratori, indipendentemente dal settore, dalla professione o dal tipo di contratto (se a tempo pieno, part-time, determinato, indeterminato, ecc). Tuttavia, possono essere previste delle eccezioni, ad esempio per i giovani apprendisti, i lavoratori stagionali o i lavoratori con disabilità.

Pro e contro del salario minimo

Chi è a favore del salario minimo sostiene che sarebbe il principale strumento a contrasto del lavoro povero e delle paghe non dignitose, riducendo la forbice tra chi ha salari altissimi e chi invece vive troppo vicino alla soglia della povertà e contrastando il sommerso. Inoltre, anche se è vero che i contratti collettivi coprono la maggior parte dei lavoratori dipendenti, secondo Fondazione Adapt ci sono circa 700-800mila lavoratori senza contratto di riferimento e, di conseguenza, senza tutele. C’è poi la questione dei lavoratori autonomi: secondo la Fondazione Studi Consulenti del Lavoro, in Italia sono 5 milioni e valgono al nostro Paese il primato nell’UE in termini di lavoratori occupati in proprio, ma sono scoperti dal punto di vista di un minimo salariale.

Per chi è contrario, invece, il salario minimo porterebbe a un aumento del costo del lavoro per le imprese, colpendo soprattutto quelle di dimensione piccola e media che in Italia valgono circa il 95% del totale. Il secondo effetto avverso sarebbe una diminuzione dell’occupazione, perché i costi più alti porterebbero a licenziamenti o comunque a un blocco delle assunzioni. Un terzo elemento di chi è a sfavore riguarda proprio le organizzazioni sindacali, che in Italia hanno storicamente svolto un ruolo fondamentale nell’ottenimento delle tutele dei lavoratori: il salario minimo indebolirebbe il loro ruolo e la loro capacità di negoziazione.

La situazione negli altri Paesi in Europa

Il 77% dei Paesi OCSE ha introdotto una retribuzione minima obbligatoria. In Europa, 22 Paesi su 27 hanno adottato questa misura, con l'Italia che rimane una delle poche eccezioni insieme a Svezia, Finlandia, Danimarca, Austria e in parte Cipro. In Italia si è parlato di un salario minimo di 9 euro l’ora a partire da una proposta delle opposizioni, che porterebbe il nostro Paese tra chi impone minimi salariali più alti in Europa. Il Centro Studi e Ricerche di Unimpresa ha indicato il Lussemburgo come il più “ricco”, con 11,97 euro l’ora di salario minimo, mentre il Paese europeo più “povero” è la Bulgaria con 1,62 euro l’ora. Proseguendo nella lettura troviamo la Francia con 10,03 euro, il Belgio con 9,41 euro, l’Olanda con 9,33 euro e la Germania con 9,19 euro.