Wall Street, come tutte le Borse mondiali, si muove non solo sull’onda dei dati ma anche su quella di umori, parole, aspettative. È proprio quello che è successo nella prima metà di marzo. La preoccupazione che le politiche di Donald Trump possano incidere sulla tenuta dell’economia statunitense ha infatti scatenato una sorta di “tempesta perfetta”. Prima con la peggiore settimana vissuta da Wall Street dallo scorso settembre, poi con un lunedì nero.
Il lunedì nero di Wall Street
Nella seduta del 10 marzo il Dow Jones ha perso il 2,08% e il Nasdaq il 4%, bruciando mille miliardi di dollari. Tesla ha lasciato sul campo il 15%, frutto di una combinazione tra l’appartenenza a un settore ciclico come l’automotive e la vicinanza alla Casa Bianca.
Ma cosa ha causato una giornata così pesante? I mercati, come testimonia la settimana precedente al 10 marzo, erano già tesi, attenti alle mosse di Trump e preoccupati che le politiche restrittive sull’immigrazione e – soprattutto – i dazi possano rallentare la crescita e sostenere l’inflazione. Se questo era il combustibile, la scintilla è arrivata da un’intervista rilasciata dal presidente degli Stati Uniti a Fox. Rispondendo a una domanda su una possibile recessione, Trump non ha negato, ammettendo la possibilità di “un periodo di transizione”.
La stessa Casa Bianca, con una nota, ha poi minimizzato il tonfo di Wall Street, parlando di “una forte divergenza tra il mercato azionario e ciò che stiamo effettivamente vedendo svilupparsi nelle aziende”.
La recessione USA, al momento, non si vede
Notare, oggi, segnali di rallentamento è ancora molto complicato. A febbraio, l’inflazione statunitense ha registrato la crescita più lenta degli ultimi quattro mesi su base mensile (+0,2%), portando il confronto anno su anno al 2,8%. La Federal Reserve resta guardinga, ma al momento sembra essere sulla buona strada per centrare l’obiettivo del soft landing, cioè di un contenimento graduale dell’inflazione senza pesare eccessivamente sulla crescita.
Guardando al mercato del lavoro, i nuovi posti (151.000) sono stati al di sotto delle attese, con il tasso di disoccupazione al 4,1%, leggermente in rialzo ma ancora a livelli molto contenuti. Quali che siano i dati, dire che si tratta di un “effetto Trump” a poche settimane dal suo insediamento è quantomeno azzardato.
Neppure la più pessimistica stima, al momento, pone gli USA in recessione nel 2025, anche se inizia a farsi più consistente la prospettiva di un rallentamento economico.
I rischi per l’economia USA
I timori sono legati soprattutto a tre aree d’intervento della presidenza Trump. La prima è quella dei dazi, spesso annunciati e non sempre applicati (per ora). La possibilità di una guerra commerciale potrebbe colpire l’economia USA (e non solo) in modi diversi: le imprese statunitensi potrebbero ritrovarsi a corto di componenti, rallentando la produzione; la necessità di importare beni a prezzi maggiorati rischia di infiammare l’inflazione; i dazi imposti come risposta dalle controparti potrebbero fiaccare le esportazioni.
Secondo punto: le politiche migratorie ferree potrebbero mettere in crisi alcuni settori per mancanza di manodopera. Ma non solo: potrebbero condizionare i consumi dei migranti e aumentare la loro propensione al risparmio. In sostanza, chi si sente minacciato da Trump e a rischio espulsione potrebbe spendere meno in vista di tempi difficili.
Terza incognita: i tagli alla spesa pubblica, altro cavallo di battaglia della presidenza repubblicana. A risentirne potrebbero essere i dipendenti pubblici e i cittadini più esposti a una ritirata del welfare. L’attività della pubblica amministrazione, inoltre, potrebbe rallentare, pesando anche sulle imprese private. Nello scenario peggiore, queste ultime potrebbero essere condizionate dal clima di incertezza, limitando investimenti e assunzioni.
Va poi soppesato l’impatto degli incentivi fiscali promessi da Trump. Dipenderà dalla loro entità ma anche dalla capacità di avere un effetto di breve termine.