Gli aumenti delle pensioni del 2025

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L’adeguamento all’inflazione è stato fissato a +0,8%. Anche se non per tutti è prevista una rivalutazione piena.

L’adeguamento delle pensioni all’inflazione per il 2025 è regolata da un decreto del ministero del Lavoro di novembre 2024. Per quest’anno, l’aumento è stato fissato a +0,8%, anche se non per tutti è prevista una rivalutazione piena.

A chi vanno gli aumenti?

La platea dei beneficiari a cui spetta l’aumento della pensione dello 0,8% è composta solo da coloro che hanno pensioni fino a quattro volte il minimo, cioè per tutte quelle fino a 2.394,44 euro. Solo a questi assegni viene aggiunto il 100% dell’aumento dei prezzi registrato dall’ISTAT.

Per chi invece ha un assegno superiore a questa soglia, è prevista via via una riduzione proporzionale dell’aliquota.

  • Per le pensioni tra quattro e cinque volte il minimo (cioè tra 2.394,44-2.993,05 euro), il recupero sarà del 90% dello 0,8% (quindi dello 0,72%).
  • Per quelle superiori a cinque volte il minimo (oltre 2.993,05 euro), si recupererà solo il 75% dell’aumento dei prezzi (quindi lo 0,6%).

La pensione minima

A essere cambiato è anche il trattamento minimo. Le pensioni minime fino al 31 dicembre 2024 si attestavano a 598,61 euro lordi mensili. Con l’incremento della rivalutazione ordinaria delle pensioni, a cui aggiunge un altro 2,2% di supervalutazione, l’importo minimo è salito a 616,57 euro.

Le reazioni

I sindacati hanno definito insufficiente la perequazione delle pensioni stabilita dal governo, chiedendo un intervento più incisivo per aumentare il potere d’acquisto dei pensionati. Anche i partiti di opposizione hanno chiesto un piano di rialzo maggiore in linea con l’aumento del costo della vita.

Il governo ha difeso la scelta, sottolineando la necessità di contenere la spesa pubblica all’interno di una strategia di bilancio prudente.

Nel 2023, la spesa pensionistica di natura previdenziale, comprensiva delle prestazioni invalidità, vecchiaia e superstiti, è ammontata a 267,107 miliardi di euro, con un incremento di 19,53 miliardi (+7,88%), sul quale hanno pesato sia l’aumento del numero di pensionati sia la rivalutazione degli assegni di importo più basso all’inflazione. L’incidenza sul PIL della spesa pensionistica oggi è pari al 12,55%.

La pensione di vecchiaia

Da gennaio 2025, è scattata anche la riduzione dei coefficienti di trasformazione del montante individuale dei contributi, con conseguenze sul calcolo dell’assegno per chi si appresta ad andare in pensione (in base al sistema introdotto nel 1995, l’importo della pensione annua si ottiene moltiplicando il montante individuale dei contributi per il coefficiente di trasformazione).

Dopo la risalita avvenuta nel 2023 e 2024, legata alla riduzione della speranza di vita dovuta alla pandemia da COVID-19, a 67 anni il coefficiente passa dal 5,723 del biennio appena trascorso a 5,608. Secondo la CGIL, con il taglio dei coefficienti, la pensione di vecchiaia calerà del 2%.