Dove possono fare la differenza gli ETF attivi?
Si pensa spesso agli ETF come a strumenti passivi, il cui obiettivo è replicare un indice di riferimento. Vero: la maggior parte dell’offerta ha questo approccio. Ma non è l’unico possibile: ci sono anche Exchange Traded Funds attivi, che possono essere (almeno potenzialmente) più performanti in alcune fasi e in alcuni contesti di mercato.
Opportunità e controindicazioni
Gli ETF attivi permettono di abbinare l’efficienza tipica degli Exchange Traded Funds con le competenze di un team di professionisti. L’obiettivo non è replicare un benchmark ma batterlo. Questo approccio permette di essere più reattivi, di valutare e scegliere i singoli titoli e, di conseguenza, di cogliere opportunità o di alleggerire la propria posizione in caso di prospettive avverse. C’è quindi, sempre in potenza, una gestione del rischio più efficiente e un adattamento più rapido alle diverse fasi del mercato.
Gli ETF attivi, d’altra parte, hanno costi maggiori rispetto a quelli passivi e non garantiscono automaticamente performance migliori del benchmark. Questo vale anche nei casi di scenari teoricamente favorevoli alla gestione attiva.
ETF attivi nei mercati meno efficienti
Uno degli ambiti in cui la gestione attiva potrebbe offrire vantaggi riguarda i mercati meno efficienti. Ossia quei segmenti in cui l’adattamento dei prezzi è più lento e meno trasparente.
Sui grandi indici azionari, infatti, gli obblighi normativi e gli occhi degli analisti sulle società quotate permettono di sondare anche piccole variazioni, incorporandole rapidamente nel prezzo dei titoli. In questo contesto, è meno probabile che un ETF attivo possa fare meglio del benchmark. Il discorso cambia quando i mercati sono più opachi e meno reattivi. È il caso, ad esempio, delle PMI o dei mercati emergenti, specie in settori poco battuti dagli analisti.
ETF attivi e mercato obbligazionario
Anche i mercati obbligazionari possono definirsi meno efficienti. Le ragioni sono diverse: sono meno centralizzati, visto che una parte sostanziosa dei titoli è OTC (Over The Counter); la visibilità dei prezzi e dei volumi scambiati è minore; circolano migliaia di titoli diversi, con scadenze diverse, in valute diverse e con una gamma di emittenti eterogenea.
Per gli indici obbligazionari, inoltre, la replica passiva è più complessa e meno precisa, perché tende ad attribuire maggiore peso ai grandi emittenti. Un gestore attivo può invece selezionare le obbligazioni sulla base della qualità creditizia e di costruire un portafoglio più coerente tra gli obiettivi d’investimento e le caratteristiche dei titoli per durata e rendimento.
Fasi di volatilità elevata
Un ETF passivo non tiene conto dello scenario di mercato corrente: la replica del benchmark resta tale. Quelli attivi, invece, possono sfruttare la propria libertà d’azione nella selezione di titoli che ricalibrino il portafoglio. Una dote che può rivelarsi particolarmente preziosa in tempi di elevata volatilità, quando è necessario ridurre l’esposizione ai settori più vulnerabili, puntare su quelli difensivi o cogliere le opportunità che le oscillazioni dei prezzi offrono in alcuni segmenti.
ETF attivi vs passivi: quando cambia davvero la gestione
In generale, gli ETF passivi offrono diversificazione in modo semplice e i rendimenti netti beneficiano dei costi particolarmente bassi. Gli ETF attivi rappresentano un’alternativa valida per muoversi nei mercati meno efficienti e durante i momenti di maggiore volatilità, per giocare sia in attacco che in difesa.
ETF attivi e passivi possono convivere all’interno dello stesso portafoglio, con scelte coerenti con gli obiettivi e l’orizzonte temporale dell’investimento.