Tassare il capitale: cos’è la patrimoniale e come funziona

Guida alla finanza 5 minuti di lettura
Proviamo a capire meglio le forme del prelievo, gli effetti sulle scelte di risparmio e le conseguenze sui patrimoni, analizzando le ragioni a favore e contro la patrimoniale.

In Italia, il termine “patrimoniale” non lascia indifferenti. Molti ricorderanno il prelievo del 6 per mille sui conti correnti degli italiani, avvenuto in una notte di metà luglio del 1992. Non bisogna però fare confusione quando si parla di tassa patrimoniale. Scopriamo che cos’è, come funziona e come può cambiare le strategie di allocazione della ricchezza e di pianificazione finanziaria di famiglie e investitori.

Come funziona la tassa patrimoniale

A differenza delle tasse sul reddito o sul consumo che conosciamo molto bene, con la patrimoniale si tassa appunto il patrimonio, cioè quanti soldi e quanti beni si possiedono in un determinato momento.

È la differenza fondamentale tra il flusso dell’acqua che esce dal rubinetto e l’acqua che si è accumulata nella vasca. La patrimoniale tassa direttamente l’acqua nella vasca. E dentro quella vasca finisce un po’ di tutto: dai mattoni della seconda casa al conto corrente, dal portafoglio di azioni e ETF fino all’auto sportiva o all'immobile all’estero.

Quali sono le patrimoniali che già paghiamo?

Va anche detto che non tutte le patrimoniali arrivano con il decreto d’urgenza, anzi.

In Italia esistono già alcune tasse patrimoniali, cioè prelievi periodici che prendono una parte della nostra ricchezza ogni anno. Spesso, però, non le consideriamo tali perché vengono chiamate in un altro modo. L’IMU, ad esempio, tassa le seconde case e gli immobili commerciali, così come l’imposta di bollo sui depositi dei titoli, pari allo 0,20% annuo applicato al valore del portafoglio. Un terzo esempio riguarda i conti correnti: se abbiamo più di 5.000 euro sul conto, è dovuta allo Stato un’imposta fissa di 34,20 euro all’anno.

Le patrimoniali straordinarie

Queste sono il vero incubo dei risparmiatori. Quando lo Stato è in difficoltà (ad esempio per il debito sovrano fuori controllo, per una crisi economica di portata globale o dopo le spese troppo alte per una guerra) e ha bisogno di fare cassa in fretta, può applicare la patrimoniale una tantum. Il caso più eclatante del nostro Paese lo abbiamo citato all’inizio di questo articolo, quando la notte tra il 10 e l’11 luglio 1992 il governo Amato prelevò forzosamente lo 0,60% dai conti correnti degli italiani, con tutti i traumi politici, economici ed etici che ne seguirono.

Gli argomenti di chi è a favore della patrimoniale

Al netto dei tecnicismi e della storia, la patrimoniale conviene o no? La risposta, come spesso avviene, va cercata nell’equilibrio.

Chi è favorevole alla patrimoniale sostiene innanzitutto che permette di ridurre le disuguaglianze e consente di ridistribuire la ricchezza, perché il reddito misura quanto guadagni oggi, mentre il patrimonio rappresenta potere e sicurezza economica accumulata nel tempo, anche attraverso diverse generazioni.

Se poi fosse una patrimoniale che va a tassare solamente l’1% più ricco della popolazione, i supporter di questa proposta sostengono che si tratta di giustizia sociale che destina una piccola parte dei grandi patrimoni al finanziamento della spesa pubblica da stanziare a scuole, ospedali, progetti per famiglie e per i meno abbienti.

Inoltre, chi possiede patrimoni importanti sarebbe incentivato a investirli in aziende, mercati, immobili e altre iniziative, così da generare un rendimento che superi il valore dell’imposta. Infine, secondo alcuni economisti, tassare maggiormente la ricchezza accumulata potrebbe consentire di ridurre la pressione fiscale sul lavoro. In questo scenario avremmo buste paga meno tassate e costi inferiori per le aziende, favorendo nuove assunzioni e sostenendo i consumi.

Gli argomenti di chi è contro la patrimoniale

C’è però l’altra faccia della medaglia. Chi avversa la patrimoniale sostiene in primis che sarebbe un doppio prelievo, in quanto il patrimonio è già stato tassato all’origine attraverso imposte come IRPEF, IRES e tasse di successione. Quindi sottrarre altro valore dallo stock significherebbe colpire di nuovo i cittadini che hanno già versato al fisco quanto dovuto per quello stock.

In secondo luogo, i grandi patrimoni verrebbero incentivati a lasciare il Paese e spostare la residenza in luoghi più fiscalmente favorevoli. Lo abbiamo visto in Francia con l’ISF (Impôt de solidarité sur la fortune), che poi è stata abolita da Macron per fermare la fuga dei capitali. Per lo stesso motivo, anche gli investimenti esterni diretti nel Paese verrebbero a ridursi, con conseguenti minori entrate nelle casse dello Stato.

C’è poi un terzo elemento legato alla certezza del valore di determinati beni. Pensiamo a un’opera d’arte, o una collezione di orologi di lusso, o a quote di società non quotate. Per lo Stato è difficile dare una valutazione certa di questi beni, con il conseguente rischio che verrebbero colpiti dalla patrimoniale i beni facilmente tracciabili come immobili e conti correnti della classe media, mentre chi ha maggiori capacità di spesa e un network internazionale potrebbe nascondere il proprio patrimonio dietro fiduciarie estere o veicoli societari creati apposta per l’occasione.