Spesso chi è a digiuno di conoscenze economiche si chiede “Ma se a un Paese mancano i soldi, perché il Governo non chiede di stamparne di più?” L’idea è sicuramente affascinante, perché basterebbe che la Banca centrale di turno stampasse più banconote e le consegnasse al Governo per distribuirle alla popolazione. Questo meccanismo si chiama “monetizzazione del debito”, ma non è così semplice come può sembrare. E la storia ci dice che non sempre è una buona idea
Perché continuare a stampare moneta ha effetti negativi
Innanzitutto, non si può stampare continuamente moneta perché il reale valore delle banconote non è nella carta o nei biglietti che possiamo tenere in mano, ma risiede nella scarsità di questa risorsa e nella fiducia che le persone ripongono in essa.
Stampare moneta non crea ricchezza, la distribuisce diversamente e, se abusata, distrugge il potere d’acquisto. È come aggiungere acqua alla spremuta d’arancia: avremo più liquido nel bicchiere, ma saprà sempre meno di arancia e sempre più di acqua.
Il problema principale è legato all’inflazione: se la quantità di moneta sul mercato aumenta molto più velocemente dei beni e dei servizi che un Paese produce, ogni singola unità di moneta (nel nostro caso un euro) perde valore e i prezzi salgono, innescando un circolo vizioso.
Ma ci sono altri problemi, come la credibilità dell’emittente: se gli investitori capiscono che un Paese è in difficoltà e intende ripagare i propri debiti solo stampando moneta, che si svaluterà rapidamente, chiederanno tassi sempre più alti per prestargli denaro. Un secondo circolo vizioso.
Inoltre, la moneta è considerata dai mercati finanziari come qualsiasi altro asset, perciò se un Paese stampa più moneta, ne fa circolare di più, indebolendola rispetto alle altre. Ciò significa che le importazioni, a partire da energia e materie prime, costeranno sempre di più e l’inflazione esploderà sia per cause interne sia per cause esterne.
Vediamo meglio che cosa significa con un esempio reale.
I tedeschi che negli Anni ’20 compravano il pane con le carriole piene di marchi
Poco più di 100 anni fa, la Germania si trovò schiacciata tra il peso delle riparazioni di guerra imposte dal Trattato di Versailles e il collasso della produzione industriale. Quando il Governo non riuscì più a pagare le riparazioni, la Francia come risposta occupò la regione della Ruhr, fondamentale per l’industria tedesca, e Berlino decise di sostenere i lavoratori in sciopero e mantenere l’economia a galla stampando più moneta.
Il governo iniziò così a emettere valuta su scala massiccia per coprire le spese, ma ottenne solo una iperinflazione resa tristemente famosa dalla storia delle carriole.
Nel 1923 i prezzi dei beni di consumo raddoppiavano ogni pochi giorni e i marchi perdevano valore così velocemente che, per comprare un semplice filone di pane, i cittadini dovevano letteralmente portare carriole piene di banconote.
I lavoratori erano pagati due volte al giorno e appena avevano liquidità correvano a comprare cibo o altri beni di prima necessità, perché sapevano che già nel pomeriggio i prezzi sarebbero stati più alti.
Si tratta chiaramente di un caso limite, perché questo scenario catastrofico è stato la combinazione dei troppi marchi stampati dalla Banca centrale tedesca e della produzione industriale crollata a causa dello sciopero continuativo nella Ruhr. Un binomio che ha portato a grande scarsità di beni come pane, carbone, vestiario. Tuttavia, è un esempio evidente del perché i problemi economici di un Paese non possono essere risolti stampando cartamoneta.