Cos’è il rischio di cambio negli investimenti

Guida alla finanza 4 minuti di lettura
Quando in un’operazione finanziaria si scambia un bene in valute differenti, le loro oscillazioni di valore possono incidere in modo significativo. È il rischio di cambio: ecco come funziona

Quando si investe, o anche quando, semplicemente, si acquista qualcosa, le valute contano. Quando l’operazione finanziaria ne coinvolge due diverse, infatti, emerge il rischio di cambio.

Si tratta, in sostanza, dell’impatto (positivo o negativo) che le oscillazioni del rapporto tra le valute possono avere sul valore del bene.

Di conseguenza, si tratta di un fattore da tenere in considerazione quando si definisce il risultato di un investimento, proprio come altri elementi chiave, come le commissioni o la tassazione.

Come funziona il rischio di cambio in valuta estera

Per capire perché esiste un rischio di cambio, va colta una caratteristica delle valute, che spesso si dimentica. Le valute, seppur peculiari, sono merci. Vengono quindi scambiate, acquisiscono e perdono valore, oscillano sulla base di diversi fattori, dalla domanda alla politica monetaria dell’emittente.

A differenza di altri rischi, il rischio di cambio non è connaturato a qualsiasi operazione, ma solo, come detto, a quelle che implicano una conversione in valuta estera.

Se, ad esempio, il nostro portafoglio è in euro e acquistiamo in euro solo azioni europee, non sarà necessario tenerlo presente. Sono però molti i casi in cui può diventare un fattore di rilievo.

Un esempio “da vacanza”

Per capire come funziona il rischio di cambio, si può fare un esempio che riguarda un acquisto non finanziario. Decidiamo di prenotare un albergo per trascorrere una settimana a New York fra tre mesi.

L’hotel permette di saldare subito il conto di 1000 dollari (che al cambio corrente equivarrebbero a poco più di 850 euro) oppure di pagare una volta arrivati in struttura. Optiamo per questa seconda possibilità.

Nelle settimane successive, il dollaro si apprezza nei confronti dell’euro, raggiungendo la parità. Quando, arrivati a New York, è il momento di saldare, il conto di 1000 dollari equivarrà a 1000 euro. Ossia circa 150 euro in più rispetto a tre mesi prima.

Impatto del rischio di cambio su azioni e obbligazioni

Basta questo esempio, semplificato ma non certo fantasioso, per capire quanto il rischio di cambio possa impattare. Immaginiamo adesso di moltiplicarlo per flussi di cassa ben più consistenti, come nel caso di un’azienda che acquista materie prime in valuta estera.

Il meccanismo è simile anche per gli investimenti. Se un investitore con portafoglio in euro acquista azioni statunitensi, dovrà necessariamente passare da una conversione. Poniamo che il titolo abbia guadagnato il 10% in un anno. Nel caso in cui il dollaro si sia nel frattempo deprezzato sull’euro, il profitto sarebbe eroso in modo significativo, senza contare poi tassazioni ed eventuali commissioni.  

Discorso simile anche sul mercato obbligazionario. Nessun rischio aggiuntivo se la valuta è unica (ad esempio acquistando BOT in euro). Ma se si acquistasse in valuta estera e quest’ultima si svalutasse contro l’euro, il rendimento della cedola diminuirebbe.

Rischi, opportunità, coperture

Il rischio di cambio può rivelarsi anche un’opportunità. Per tornare all’albergo di New York: nel caso in cui ad apprezzarsi fosse stato l’euro, l’hotel sarebbe di fatto costato meno rispetto agli 850 euro di partenza, anche se sulla ricevuta ci sarebbe sempre stato scritto 1000 dollari.

Acquistare in valuta estera può quindi rappresentare un fattore di volatilità, ma anche di diversificazione del proprio portafoglio. Senza dimenticare che ci sono operazioni (come il trading sulle valute simmetrico al proprio investimento) e strumenti (fondi o ETF detti “hedged”) per mitigare o sterilizzare il rischio di cambio.

L’importante è comprendere le implicazioni rispetto agli obiettivi di ciascuno, proprio come si fa quando si osserva il peso delle commissioni e del prelievo fiscale.