Nel sistema finanziario esistono asset liquidi e non liquidi. Tuttavia, in un mondo in cui la liquidità è fondamentale per continuare a investire e generare valore, c’è un meccanismo che consente di trasformare attività non liquide in titoli liquidi, quindi scambiabili sul mercato. Si tratta della cartolarizzazione, o securitization in inglese. Vediamo come funziona, che vantaggi porta e quali problemi può causare se utilizzata nel modo sbagliato.
Il meccanismo della cartolarizzazione
Partiamo da un esempio molto semplice. Una banca ha erogato 100 mutui a 30 anni: questo significa che rientrerà dei soldi poco alla volta, ogni mese, per un periodo di tempo molto lungo. Dal punto di vista della banca, quindi, la liquidità necessaria per questi mutui resta di fatto bloccata.
Se però volesse avere subito tutta quella liquidità, ad esempio per investirla in titoli di Stato o per erogare nuovi mutui, può farlo attraverso la cartolarizzazione. In pratica, prende questi crediti e li “impacchetta”, trasformandoli in titoli da vendere agli investitori.
Scendendo più nel dettaglio, i passaggi per arrivare sul mercato con una cartolarizzazione sono quattro.
Innanzitutto, la banca crea una società veicolo chiamata SPV (Special Purpose Vehicle). Una volta costituita, la banca le cede i crediti, che possono derivare da mutui, prestiti o crediti deteriorati, i cosiddetti NPL (Non-Performing Loans). Successivamente, la SPV emette nuovi titoli utilizzando i crediti dei mutui come garanzia. Questi titoli si chiamano ABS (Asset-Backed Securities).
Infine, gli investitori acquistano i titoli e ricevono in cambio un interesse. La SPV può corrisponderlo grazie alle rate dei mutui alla base della cartolarizzazione, che ogni mese generano entrate da parte di chi ha sottoscritto il mutuo.
I benefici della cartolarizzazione
Quindi, il meccanismo delle cartolarizzazioni non è il male, anche perché dal punto di vista del mercato permette di aumentare la liquidità circolante, abbassando il costo del credito per aziende e famiglie.
Inoltre, consente alle banche di alleggerire il bilancio, soprattutto se hanno in pancia gli NPL, dando loro la possibilità di erogare nuovi prestiti grazie al capitale liberato.
Anche per gli investitori può essere una nota positiva, perché consente di diversificare investendo in asset class che altrimenti sarebbero difficili da avere in portafoglio - ad esempio i prestiti al consumo o il mercato immobiliare.
C’è però un enorme problema legato alle cartolarizzazioni, e lo si è visto chiaramente nel 2008 con la crisi dei mutui subprime. Il troppo stroppia, soprattutto se di mezzo ci sono meccanismi non proprio chiari su cosa viene impacchettato, quello che viene definito “sottostante”.
Come una sbagliata cartolarizzazione ha portato alla crisi del 2008
Diverse banche americane, tra cui le tristemente famose Lehman Brothers e Bear Stearns, hanno iniziato a creare cartolarizzazioni composte da mutui ad alto rischio di insolvenza (chiamati subprime), perché concessi troppo facilmente a persone con basse capacità di rimborsarli.
Con poca trasparenza nelle informazioni, le banche mescolavano questi crediti rischiosi in strutture molto complesse (MBS e CDO) e le agenzie di rating le valutavano sicure e ad alto rendimento, traendo così in inganno gli acquirenti di tutto il mondo.
Quando però i tassi d’interesse sono aumentati e i prezzi delle case hanno smesso di crescere, i debitori non sono riusciti a pagare le rate. I pignoramenti sono aumentati, facendo crollare i prezzi degli immobili e il valore di questi titoli. Così, in pochissimo tempo, si è innescato un effetto domino travolgente: le istituzioni finanziarie di tutto il mondo, avendo in portafoglio questi titoli diventati inesigibili, hanno iniziato a registrare perdite.
Il panico ha portato al congelamento del credito e le banche, non fidandosi più l'una dell'altra, hanno smesso di prestarsi denaro. Infine, la detonazione: il momento critico è stato il fallimento di Lehman Brothers il 15 settembre 2008, che ha generato un panico finanziario globale e ha dimostrato che nessun istituto era “too big to fail”.
Le nuove regole sulla cartolarizzazione dopo la crisi
Dopo il terremoto finanziario che si è propagato in ogni angolo del globo, la parola chiave è diventata trasparenza.
La cartolarizzazione è stata regolamentata con riforme come il Regolamento UE 2017/2402, che ha introdotto diverse norme. Tra le principali troviamo la ritenzione del rischio, per cui ogni banca che crea una cartolarizzazione deve mantenere una quota di rischio, in genere il 5%. In questo modo, se l’affare va male anche la banca ci perde.
Poi sono stati creati gli standard STS (Semplici, Trasparenti e Standardizzate), in modo che gli acquirenti possano capire quali sono le cartolarizzazioni sicure e quali quelle opache. Anche la qualità dei sottostanti è stata messa sotto la lente di ingrandimento delle autorità, che monitorano con più attenzione rispetto al passato.