Il tasso di sconto: alla ricerca del punto di equilibrio

Guida alla finanza 6 minuti di lettura
Il tasso di interesse al quale le banche centrali concedono prestiti impatta su liquidità, prestiti, attività economica e investimenti. Ecco come funziona.

C’è una percentuale che influenza l’attività di banche, prestiti, imprese, famiglie: viene fissata dalle banche centrali (nel caso dell’Italia dalla Banca Centrale Europea) e, pur essendo in apparenza distante dalla quotidianità, in realtà ha un impatto sensibile. Si tratta del tasso ufficiale di sconto. O, secondo la dicitura più corretta, del tasso ufficiale di riferimento.

Cos'è il tasso di sconto?

Il tasso di sconto è il tasso di interesse al quale un istituto di credito paga i fondi di breve termine alla banca centrale. Perché sì: per sostenersi, le banche prendono risorse in prestito per poi concedere credito. 

Il tasso ufficiale di riferimento non fluttua in base alla domanda di mercato ma è fisso. Viene mosso dalle banche centrali, che così hanno in mano una leva monetaria per influenzare l’attività economia e finanziaria. A volte, infatti, serve sostegno; altre volte è necessario mordere il freno, anche a scapito della crescita. 

Ma come fa il tasso di riferimento a influenzare il credito e l’attività economica?

Tassi, crescita, inflazione

Con il tasso di riferimento, di fatto le banche centrali fissano il costo del denaro, proprio come se fosse un bene qualunque, innescandocosì un effetto a cascata. Gli istituti di credito, infatti, non emetteranno mai prestiti inferiori al tasso che pagano alla BCE o ai suoi omologhi, come la FED negli Stati Uniti o la BOE nel Regno Unito.

Un tasso di sconto più alto, quindi, ha come effetto quasi immediato quello di un aumento dei tassi sui prestiti. Costerà di più la rata del mutuo a tasso variabile o quella dei mutui di nuova emissione, così come dei prestiti per comprare un’auto o un elettrodomestico.

Aumentare il costo del denaro, quindi, significa rallentare la circolazione della liquidità: i prestiti (e gli investimenti) tenderanno a diminuire, condizionando la crescita. Ma perché una banca centrale dovrebbe indurre una frenata? La risposta sta nella sua missione primaria, che non è la stimolazione del PIL ma la stabilità dei prezzi. Cioè un’inflazione (idealmente attorno al 2%) sufficiente per stimolare gli investimenti ma non così alta da erodere il potere d’acquisto e i risparmi.

Un rialzo del tasso di riferimento è quindi lo strumento che le banche centrali hanno per arginare un’inflazione ritenuta eccessiva. Anche a costo di avere un impatto negativo sulla crescita e – in ultima istanza – sul mercato del lavoro e sui redditi disponibili.

Può capitare anche lo scenario opposto, con un’inflazione fiacca e una crescita debole. In questo caso, le banche centrali tendono a tagliare il tasso di sconto. Gli istituti di credito possono così ridurre i tassi dei prestiti a famiglie e imprese, favorendo la circolazione della liquidità.

Ci sono poi casi più rari, particolarmente complessi da gestire. Capita, ad esempio, che – nonostante tassi minimi – l’economia faccia comunque fatica e l’inflazione resti troppo bassa. È un problema perché, in questo scenario, le banche centrali avrebbero esaurito gli strumenti convenzionali d’intervento a propria disposizione. Ancora più problematico è lo scenario della stagflazione: una sorta di vicolo cieco monetario in cui si combinano stagnazione (che quindi richiederebbe tassi bassi) e inflazione elevata (che invece avrebbe bisogno di tassi alti).

Il domino dei tassi

La descrizione fatta fino a ora è una schematizzazione. La modulazione del tasso di sconto gioca su un equilibrio molto sottile. Non solo perché oscilla tra inflazione e crescita ma anche perché i mercati e i comportamenti di famiglie e imprese si muovono anche in modo irrazionale, guardando non solo alle decisioni correnti delle banche centrali ma anche a quelle future.

Senza dimenticare altre variabili, come ad esempio l’influenza sul mercato degli investimenti. Un tasso di riferimento più basso, ad esempio, riduce il rendimento delle nuove obbligazioni, aumenta il valore di quelle già emesse e tende a favorire l’azionario. I tassi in risalita, invece, tendono ad avere l’effetto contrario. Tutto questo tenendo presente che l’azione delle banche centrali pone le condizioni per un sostegno o per una frenata, senza però avere la certezza degli effetti desiderati. Come si dice: si può portare il cavallo alla fontana ma non si può costringerlo a bere.

Le banche centrali si muovono quindi su un terreno scivoloso, fatto di decisioni ma anche di dichiarazioni, guardando all’inflazione e alla crescita ma anche agli indicatori macro che suggeriscono la loro evoluzione, come l’occupazione o la fiducia dei consumatori e delle imprese.

Il percorso della BCE

Per comprendere meglio come il tasso di riferimento si modula concretamente nel tempo, basta guardare la serie storica della BCE dall’inizio del millennio. Fino al 2008, l’inflazione è rimasta a livelli fisiologici. La crisi finanziaria del 2007-2008 e quella del debito sovrano del 2010-2011 hanno colpito duramente. L’urgenza di supportare l’economia si è accompagnata a un incremento dei prezzi fin troppo blando. La Banca Centrale Europea ha quindi tagliato il costo del denaro in maniera vigorosa, con il tasso di sconto sceso, nel 2016, fino allo zero.

Dopo la pandemia, l’economia ha accelerato con grande forza, infiammando l’inflazione. Francoforte ha quindi dovuto invertire la rotta, avviando una politica monetaria restrittiva e alzando i tassi fino al 4,5% toccato nel 2023. Dopo una fase di stasi, la combinazione di rallentamento inflazionistico e crescita fiacca ha convito l’Eurotower a tagliare, per la prima volta dopo oltre otto anni, nel giugno 2024. È stata così avviata una nuova fase espansiva, che ha portato il tur, a marzo 2025, al 2,65%.

Il tasso di sconto: alla ricerca del punto di equilibrio